La natura dell'esperienza secondo Fichte

Devo ammettere che ciò che io considero dolce, rosso, duro, eccetera, non è niente più che una mia sensazione e che solo attraverso l'intuizione ed il pensiero tale sensazione è trasposta nello spazio all'esterno di me e considerata dunque come la proprietà di qualcosa che esiste indipendentemente da me. Questo corpo, con tutti i suoi organi, è solo la manifestazione sensibile, in una determinata porzione di spazio, di me stesso, l'essere pensante interiore; l'entità spirituale, la pura intelligenza, ed io, la sagoma corporea nel mondo fisico, siamo una cosa sola, semplicemente osservata da due diversi lati, e concepita da due diverse facoltà: la prima dal pensiero puro, la seconda dall'intuizione esterna.
Questa entità spirituale pensante, questa intelligenza che attraverso l'intuizione è trasformata in un corpo materiale, cosa può essere secondo tali principi se non il prodotto del mio stesso pensiero, qualcosa puramente concepito da me, in virtù del fatto che sono portato a immaginare la sua esistenza secondo una legge a me del tutto sconosciuta?


Johann Gottlieb Fichte, da La visione dell'uomo (1799), trad. E.V.

1 commento:

  1. Il padre dell'idealismo tedesco, spiega mirabilmente come la natura dell'esperienza individuale sia assolutamente soggettiva, il prodotto di una proiezione all'esterno dello stato interiore del soggetto. Tale meccanismo è alla base della creazione di quella dimensione illusoria della realtà che impedisce all'individuo di riconoscere l'unità del tutto e dunque la realtà.

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