Il tutto non ha parti

Quando affermiamo l'esistenza di Dio, affermiamo anche tutte le possibili forme osservate di Dio, ovvero le monadi. Possiamo inoltre considerare che ogni osservazione sia stata colta da uno specifico punto, ed è naturale per una mente imperfetta come la nostra, classificare tali osservazioni, differenti qualitativamente, secondo l'ordine e la posizione dei punti dai quali l'osservazione è stata fatta, anche se questi sono qualitativamente identici.
In realtà, i punti di osservazione non esistono [di per sé] poiché esistono solo le osservazioni, ciascuna contenuta in un blocco descrittivo indivisibile che rappresenta, nel suo specifico modo, l'intera realtà, che è Dio.
Tuttavia, vi è la necessità di esprimere la pluralità delle osservazioni, ciascuna differente dall'altra, attraverso la molteplicità dei punti di osservazione, che sono esterni l'uno all'altro; e dobbiamo anche esprimere la relazione più o meno stretta fra le diverse osservazioni attraverso la posizione relativa di ciascun punto di osservazione, la loro vicinanza o distanza. Dobbiamo, cioè, stabilire un ordine di grandezza (magnitudo) misurabile. Questo è quanto intende Leibniz quando afferma che lo spazio è l'ordine di ciò che coesiste, che la percezione della distanza è una percezione confusa che appartiene alla mente imperfetta, e che niente esiste oltre alle monadi,  e dunque il Tutto non ha parti, ma è ripetuto all'infinito, ogni volta integralmente (anche se in modo diverso) al suo interno, e tali ripetizioni sono complementari l'una all'altra.


Henri Bergson (filosofo francese) in L'Évolution créatrice (1907) trad. E.V.

1 commento:

  1. Come non collegare questa analisi del pensiero di Leibniz fatta da Bergson con quanto espresso nel post Maya:illusione o realtà, a proposito della necessità per la mente umana di utilizzare grandezze misurabili (quali la distanza e il tempo) per definire la dimensione dell'esistenza e, in ultimo, per generare la propria esperienza della realtà?

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