L'esperienza del risveglio

Per il tathâgata [il risvegliato] ogni forma, stato, fenomeno o elemento, ogni dharma si presenta, nella sua stessa natura, liberato dalla sua individualità (Prajñâpâramitâ, XXII): nel mondo che già valse come esterno così come nell'interiorità del Compiuto. La disindividualizzazione, la risoluzione nel “vuoto”, nel “senza segno” e nel “senza tendenza” raggiunge allora le sfere più alte, le scioglie, rimuove l’ultimo limite, avvia verso una unità che, per esser assolutamente trascendente, appare nello stesso punto anche come assolutamente immanente. Per risolvere ogni residuo di dualità, per fare dallo stato di nirvâna qualcosa che divora tutto, senza residuo, per fame la “fine del mondo”, quel che davvero “nulla lascia indietro” - anupâdhishesha - bisogna che lo stesso nirvâna e, con esso, lo Svegliato, il tathâgata, sia liberato dalla sua individualità, cioè dai caratteri in funzione dei quali potrebbe aver di fronte a sé un “altro”. 


Julius Evola in La dottrina del risveglio (1943)