Gli infiniti punti di osservazione

Quando affermiamo l'esistenza di Dio, affermiamo anche tutte le sue possibili descrizioni, ma possiamo anche immaginare che una descrizione sia stata presa da uno specifico punto di osservazione, ed è naturale per una mente imperfetta come la nostra, classificare tali descrizioni, differenti dal punto di vista qualitativo, secondo l'ordine e la posizione dei punti di osservazione, pur se qualitativamente identici, dai quali la descrizione è stata fatta.

In realtà, i punti di osservazione non esistono [di per sé] poiché esistono solo le descrizioni, ciascuna rappresentante a modo suo l'intera realtà, cioè Dio. 



Henri Bergson (filosofo francese) in L'Évolution créatrice (1907) trad. E.V.

Tale è la vita interiore e tale è la vita in generale

Le mie sensazioni, le mie emozioni, i miei pensieri, sono astrazioni che opero su me stesso, e ciascuno dei miei stati implica l'esistenza di tutti gli altri. Io sono dunque ... un'unità molteplice e una molteplicità che è unitaria; ma unità e molteplicità sono solo visioni della mia personalità colte da una razionalità che applica a me le sue categorie. Io non rientro né nell'uno né nell'altro, né in entrambi contemporaneamente, sebbene, entrambi, uniti, possano fornire una discreta imitazione della connessione, interpolazione e continuità che trovo alla base del mio stesso sé. 
Tale è la mia vita interiore e tale è la vita in generale.


Henri Bergson (filosofo francese) in L'Évolution créatrice (1907) trad. E.V.

La vita è un infinito di potenzialità

Nel suo contatto con la materia, la vita è comparabile ad un impulso o un impeto; considerata in se stessa essa è invece un Infinito di potenzialità, una reciproca invasione di migliaia e migliaia di tendenze che tuttavia sono "migliaia e migliaia" solamente quando vengono considerate esterne le une alle altre, cioè quando si collocano nello spazio. È proprio il contatto con la materia che determina questa dissociazione.


Henri Bergson (filosofo francese) in L'Évolution créatrice (1907) trad. P.F.

La percezione della realtà

Il rapporto fra la percezione e la realtà è quello della parte rispetto al tutto ... e primariamente percepiamo le cose in loro stesse, non in noi. La soggettività della percezione deriva dal nostro sforzo di definire la realtà, ma la radice della pura percezione pesca nella assoluta oggettività. 


Édouard Le Roy (filosofo e teologo francese) in Une philosophie nouvelle: Henri Bergson (1912) trad. E.V.

Il sé e la coscienza si fondono

Più il sé ritrova la propria essenza, più incontra la coscienza, e, anziché continuare ad essere in contrapposizione, essi si fondono l'uno nell'altro e si tingono reciprocamente con i colori di tutto il resto.


Édouard Le Roy (filosofo e teologo francese) in Une philosophie nouvelle: Henri Bergson (1912) trad. E.V.

La realtà è un fluire ininterrotto

Più scendiamo nella profondità della coscienza, meno soddisfacenti risultano gli schemi di separazione e fissità propri delle forme spaziali e numeriche. Il mondo interiore è il mondo della pura qualità. Non vi è omogeneità misurabile, nessun accumulo di elementi costituiti da atomi e i fenomeni che è possibile distinguere attraverso l'analisi non costituiscono unità, ma fasi. Ed è solo quando questi raggiungono la superficie, quando vengono a contatto con il mondo esterno, quando sono incarnati nel linguaggio o nei gesti, che le categorie della materia risultano adatte ad essi. Nella sua vera natura, la realtà appare piuttosto come un flusso ininterrotto, un'impalpabile variazione di tonalità mutevoli, una perpetua successione di onde che si seguono e infrangono l'una nelle altre senza traumi o conflitti. Tutto è perpetuo cambiamento e persino lo stato che appare come il più stabile, è esso stesso cambiamento nel suo invecchiare.


Édouard Le Roy (filosofo e teologo francese) in Une philosophie nouvelle: Henri Bergson (1912)

Come nasce la percezione di separazione

In cosa consiste "l'immagine" di cui parla Bergson all'inizio della sua opera Matière et mémoire se non, quando afferrato nel suo primo impulso, nel flash dell'esistenza cosciente "nella quale l'atto della consapevolezza coincide con la generazione della realtà"?
... Tali immagini non sono oggetti che si presentano esternamente né proiezioni di stati interiori, ma apparizioni, nel senso etimologico della parola. Apparizioni vissute semplicemente, senza che noi ci distinguiamo da esse, e dunque non vissute né soggettivamente né oggettivamente. Esse stabiliscono un momento di coscienza precedente al momento della loro riflessione, da cui deriva la dualità di soggetto e oggetto. ... Dobbiamo considerare tale dualità come qualcosa di elaborato gradualmente, e il problema che la riguarda deve essere risolto, dopo averlo definito, come una funzione del tempo piuttosto che dello spazio. La nostra rappresentazione ha infatti inizio in modo impersonale e solo in un secondo momento pone il nostro corpo come suo centro. Emergiamo dunque gradualmente dalla realtà universale, e le nostre radici di consapevolezza affondano sempre in essa, ma tale realtà è essa stessa già coscienza, e il primo momento di percezione ci riporta sempre allo stato iniziale precedente alla separazione del soggetto e dell'oggetto. E' poi la vita con le sue azioni che determina tale separazione, creandola, accentuandola e fissandola. L'errore comune del realismo e dell'idealismo è proprio quello di credere che essa esista a priori, mentre è relativamente successiva alla percezione. 


Édouard Le Roy (filosofo e teologo francese) in Une philosophie nouvelle: Henri Bergson (1912) trad. E.V.