Sathya Sai Baba in Jnana Vahini, Stream of Spiritual Wisdom (trad. E.V.)
Evoluzione e involuzione delle cose manifeste
Le cose materiali hanno un principio e una fine, evolvono ed involvono. Quando tutto rientra, riassorbito nella dissoluzione del mondo materiale (Pralaya), resta solo la Sostanza Causale (Mula-prakriti). Alla dissoluzione dell'universo manifesto sopravvive solo la Causa Immanifesta.
Sathya Sai Baba in Jnana Vahini, Stream of Spiritual Wisdom (trad. E.V.)
Sathya Sai Baba in Jnana Vahini, Stream of Spiritual Wisdom (trad. E.V.)
Il mondo è reale?
Chi studia i Veda non afferma che il mondo non è reale. Ciò è un equivoco. Se lo facessero, quale sarebbe il significato di quanto scritto nei Veda: ″Tutto questo è Brahman?″. Ciò che intendono è che il mondo non è reale come mondo, ma è reale come Sé. Se considerate il mondo come qualcosa diverso dal Sé, allora non è reale. Ogni cosa, che la chiamiate mondo o maya o lila o sakti, deve essere all'interno del Sé e non separata da esso.
Sri Ramana Maharshi in Day by day with Bhagavan (2002) trad. E.V.
L'esperienza dell'illuminazione
Prima che lo Yoga contaminasse i puri insegnamenti del Vedanta, l'illuminazione era considerata semplicemente il superamento dell'ignoranza riguardo alla natura del Sé. Con l'affermarsi degli insegnamenti dello Yoga, l'illuminazione è ora considerata una ″esperienza permanente del Sé″ in contrasto con l'esperienza della vita quotidiana, cosa che ovviamente non può essere se questa è una realtà non−duale, come affermano le Upanishad.
James Swartz (insegnante di Advaita USA) in What is Neo−Advaita?, citato in D.W. Back to the truth, trad. E.V.
Commento all'Atmabodha
Brahman è altro dall'universo. Non esiste alcunché che non sia Brahman. Se un qualunque oggetto diverso da Brahman sembra esistere, esso non è reale, come un miraggio. (63)
Questo testo costituisce la conclusione del Vedanta non-duale, secondo cui ciò che è reale è definito come l'entità che non cambia in funzione del tempo o è limitata dallo spazio o condizionata dalla legge di causalità. L'individuo che ha raggiunto la conoscenza ultima vede in ogni cosa solo Brahman. Ciò che appare all'individuo ignorante come l'universo materiale, è per l'illuminato l'indivisibile e non-duale Brahman. E' l'ignoranza che fa vedere la molteplicità al posto di Brahman, ma tale molteplicità, essendo illusoria, non ha alcun effetto su Brahman. Il Vedanta non-duale non nega dunque la realtà dell'universo, poiché esso, come Brahman, non può essere negato. Ciò cui punta il Vedanta è il superamento dell'illusione che genera l'universo della forma e del nome facendolo apparire come qualcosa di diverso da Brahman.
Tutto ciò che è visto o sentito non può essere altro che Brahman, e quando si riconosce tale verità si vede l'universo come il Brahman non-duale, Esistenza-Conoscenza-Beatitudine-Assoluto. (64)
Con il raggiungimento della Verità Ultima l'individuo vede solo Brahman in ogni cosa. Dal punto di vista di Brahman, perfino l'ignoranza e i suoi prodotti, i nomi e le forme, sono soltanto Brahman stesso. Ciò che nello stato di ignoranza appare come qualcosa di diverso da Brahman, è infine riconosciuto come Brahman stesso quando lo stato della Conoscenza Ultima [illuminazione] è raggiunto.
Sankaracharya's Atmabodha tradotto e commentato da Swami Nikhilananda (1947) trad. E.V.
Inconsapevoli della nostra vera natura
Siamo del tutto inconsapevoli della nostra vera natura perché identifichiamo noi stessi con il corpo, con le emozioni e con i pensieri, perdendo così di vista il nostro centro eterno che è pura coscienza.
Jean Klein (filosofo francese maestro di Advaita Vedanta) in Be who you are (1989) Trad. E.V.
Guenon commenta lo Shankaracharya
LO STATO SPIRITUALE DELLO YOGI: L’IDENTITÀ SUPREMA
Riprendendo in esame lo stato dello Yogi, che, in virtù della Conoscenza, è «liberato nella vita» (jivan-mukta) ed ha realizzato l’«Identità Suprema», citeremo ancora Shankaracharya (Atma-Bodha) ... riunendo differenti passaggi di questo trattato ... in merito appunto allo stato dello Yogi ed alle possibilità, le più alte che l’essere può raggiungere.
Tutto è parte di un unico stupendo intero
La verità centrale (rivelata nella Bagavad Gita) è l’universalità e l’unità della vita e che tutte le forme, in tutti i mondi e in tutti gli stati dell’essere, sono solo parti di un unico immenso e stupendo intero (whole), e ciascuna particella, ciascun atomo, esprime la propria individualità secondo il piano e il fine della Grande Mente Infinita.
William Oxley (teosofo e spiritualista) in The philosphy of spirit (1881) trad. E.V.
Comprendere adeguatamente l'insegnamento buddhista
Per comprendere adeguatamente l'insegnamento buddhista bisogna dunque partire dall'idea che esso ha riguardo alla condizione di un individuo, per il quale il parlar dell'âtmâ-brahman, di un suo lo immortale immutabile, identico alla suprema essenza dell'universo, non sarebbe un parlare “conforme alla realtà”, basato cioè su di un dato effettivo dell'esperienza, bensì un semplice speculare, un far della filosofia o della teologia. La dottrina del risveglio vuole essere assolutamente realistica.
Dal punto di vista realistico, scienza samsârica. Il buddhismo procede ad una analisi di tale coscienza e alla determinazione della “verità” che le corrisponde, compendiantesi nella teoria dell'universale impermanenza e non-sostanzialità (anattâ).
Il significato di risveglio
Se qualcuno dicesse che il tathâgata va o viene, sta o siede,o giace, egli non avrebbe inteso il significato del mio insegnamento.
Perché? Perché la parola tathâgata dice che egli non va in nessun luogo, non viene da nessun luogo - e per questo viene detto il tathâgata, il santo e perfetto illuminato (Vajmcchedikâ XXIX). Così questa visione dell’unità assoluta, come libera le cose, libera anche l'uomo perché quale verità esoterica si giunge a questa rischiosa affermazione: "non hai da cercare la liberazione perché non vi è stato tempo in cui tu sia stato mai vincolato".
È per tal via che si giunge anche alla equazione paradossale delle scuole mahãyâniche più spinte: nirvâna e samsâra, l’incondizionato e il condizionato, il “mondo” e “la fine del mondo” non sono opposti, non costituiscono una dualità: sono una sola e medesima cosa. La forma è il vuoto e il vuoto è la forma. Il vuoto non è diverso dalla forma. La forma non è diversa dal vuoto... Così tutti gli esseri hanno i caratteri del vuoto, non hanno un principio, non hanno una fine, sono perfetti e sono non perfetti. (Prajñâpâramitâ-hrdaya-sütra).
Julius Evola in La dottrina del risveglio (1943)
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