Il Sé, il Conoscente capace di conoscere la sua propria esistenza, è superiore al tempo. Tutte le percezioni e le immagini che si succedono le une alle altre, componendo il fluente spettacolo di questo mondo, possono svanire come accade nel sonno senza sogni. Il Sé non può svanire perché la morte, come il sonno è un avvenimento nel tempo e perché il Sé è al di sopra del tempo, e come tale è stato sicuramente colto fin dal primo momento. Tale è la viva percezione la quale è all'origine di questa conoscenza istintiva dell'immortalità umana di cui cerchiamo le cause.
Il Sé è superiore al tempo
L'immortalità dell'essere umano
C'è nell'uomo una conoscenza naturale istintiva della propria immortalità. Questa conoscenza non è iscritta nella sua intelligenza, è iscritta nella sua struttura ontologica; essa non è radicata nei principi del ragionamento ma nella nostra stessa sostanza. Di questa conoscenza l'intelletto può prendere coscienza in maniera indiretta e per mezzo di una certa riflessione, per mezzo di un certo ritorno del pensiero sui recessi della soggettività umana. L'intelligenza può anche ignorare questa conoscenza istintiva e restarne incosciente, perché la nostra intelligenza é naturalmente rivolta o distratta verso l'essere delle cose esteriori. Essa può anche negare l'anima e l'immortalità in virtù di un assortimento qualunque di idee di ragionamenti. Tuttavia, quando l'intelligenza di un uomo nega l'immortalità, quest'uomo nonostante le sue convinzioni razionali continua a vivere sulla base di una supposizione incosciente e per così dire biologica di questa stessa immortalità che egli al tempo stesso nega nella sua ragione.
Jacques Maritain (filosofo francese) in Da Bergson a Tommaso D'Aquino (1947)
Noi siamo la coscienza stessa
L'idea di un'individualità separata e autonoma emerge in noi come pensiero e sensazione, e il nostro ambiente culturale cospira per confermare che abbiamo accuratamente esaminato "la questione della materia" e che siamo realmente individui separati. Nel moderno linguaggio non-dualistico, il pensiero e la sensazione di possedere un'individualità separata sono di per sé considerati come oggetti della coscienza e la persona è considerata come "colui a cui tali oggetti appaiono". Ciò porta alla possibile conclusione, da parte dei moderni non-dualisti, che noi siamo la Coscienza stessa, in qualche senso assoluto.
Ma se nella tradizione cristiana unità (oneness) equivale a coscienza, allora la coscienza può essere piuttosto considerata come Ciò in cui il pensiero e la sensazione di separazione appaiono.
Al livello della verità sull'Assoluto, questa unita/coscienza è la nostra vera natura. Noi appariamo in essa, nell'Uno. Un'analisi ontologica cristiana tradizionale potrebbe aggiungere che l'Uno è l'Io Sono, la cui natura è l'amore creatore di Agape. Un critico cristiano portato alla non-dualità potrebbe invece affermare che: "Il divino Io Sono è il mio stesso essere (livello assoluto della verità) ma io non sono l'essere dell'Io Sono (livello convenzionale della verità)".
Al livello della verità sull'Assoluto, questa unita/coscienza è la nostra vera natura. Noi appariamo in essa, nell'Uno. Un'analisi ontologica cristiana tradizionale potrebbe aggiungere che l'Uno è l'Io Sono, la cui natura è l'amore creatore di Agape. Un critico cristiano portato alla non-dualità potrebbe invece affermare che: "Il divino Io Sono è il mio stesso essere (livello assoluto della verità) ma io non sono l'essere dell'Io Sono (livello convenzionale della verità)".
La matrioska dell'autocoscienza
Attraverso la consapevolezza di unità del tutto si supera il senso di divisione e separazione generato nell'individuo dalla dicotomia fra il soggetto e ciò che viene percepito come l'oggetto della sua esperienza. Ma si evita anche quella, pur presente nei testi sapienziali orientali dell'osservatore che osserva, e controlla, sé stesso.
Tale impostazione genera infatti il cosiddetto "circolo vizioso dell' autocoscienza", per cui è sempre possibile individuare un ulteriore "osservatore" che osserva ogni processo in atto, a qualunque livello, come in un gioco di Matrioske nel quale possiamo sempre includere quella o quelle più piccole in una più grande.
La coscienza di sé
Nessuna analisi della coscienza è meglio compresa da noi di quella rivelata dal "programmatore interiore" che si nasconde dietro la nostra dis-attenzione, e nessuna disciplina è più efficace nel sintonizzare la nostra coscienza con l'eterna charme della nostra stessa bellezza di quella ispirata dalla sequenza degli accadimenti della vita, che può sembrare una casuale coincidenza, spesso incoerente.
Hume sulla coscienza di sé
Vi sono filosofi che credono che noi siamo in ogni istante profondamente coscienti di ciò che chiamiamo ″il nostro Sé″ e che abbiamo la precisa sensazione della sua esistenza e del suo continuare nell'esistenza ... Da parte mia, quando entro profondamente in ciò che chiamo ″il mio Sé″, incontro sempre qualche particolare percezione, o altro, caldo o freddo, luce od ombra, amore o odio, dolore o piacere. Non riesco mai a sentire il mio Sé senza che vi sia anche una particolare percezione, e alla fine non riesco ad osservare altro che la percezione stessa.
David Hume (filosofo scozzese XVIII sec.) in A Treatise of Human Nature: Being an Attempt to introduce the experimental Method of Reasoning into Moral Subject, first book: Of the Understanding (1739) trad. E.V.
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