Chi sente l'albero che cade nella foresta?

Chi vede le cose che faccio?

Cosa accade dei processi di cui sono parte se nessun altro oltre a me li condivide o ne è testimone?

Ogni processo di cui sono parte è di fatto già nell'esperienza della coscienza dell'Uno senza bisogno di riconoscimento da parte di altri soggetti come me.

Tutto infatti accade nell'unica manifestazione della realtà, e pertanto nessun processo è escluso dalla percezione della coscienza universale, che, di fatto, è un'auto-percezione.

 

Non vediamo le cose come sono

 Noi non vediamo le cose come sono, 
ma come siamo.

Talmud




Una sola manifestazione della realtà

Tutto ciò che consideriamo relativamente all'essere umano, compresa quella che chiamiamo la sua coscienza, è emanazione della realtà che esisteva già prima della sua evoluzione su questo pianeta.

Una auto−indotta coscienza di separazione

Senza la coscienza della Mente−di−Dio−in−noi, o Gesù Cristo, l'umanità sarà sempre agitata dalla tempesta e soggetta al chaos prodotto dai suoi stessi pensieri di ignoranza. Quando la razza umana ha permesso a se stessa di rimanere irretita in tali effetti, ha perduto i suoi doni in un mare di illusioni. Si è rivolta alle forme individuate dalla Mente, ma che non ne fanno parte, affermando: ″Ecco un regno opposto a quello di Dio. Dobbiamo stare attenti, deve essere il male.″ In questo modo è nato il male, uno stato di auto−indotta coscienza di separazione dalla Mente Divina. Da ciò è derivata la paura che paralizza il ostro agire e distrugge la pace. Mentre non c'è paura quando la coscienza è centrata sul principio divino. 



Charles Fillmore, The philosophy of denial, Unity Book company, 1894.

Anche il relativo è reale

Non è dato ad una coscienza finita e limitata come quella dell'uomo di andare al di là della pura e semplice predicabilità della coscienza infinita ed assoluta: essa è costretta a riconoscerla come sussistente per motivi logici ma non può naturalmente acquisirne con le proprie forze intellettuali un concetto preciso. Non si parli poi di rappresentazione, dato che quest'ultima si trova nell'orbita della sensibilità. Non si è però autorizzati a pensare che le singole coscienze, alle quali la vita universale si presenta come un'immensa varietà di forme, non abbiano una realtà effettiva. Anche dato e non concesso che esse fossero una specie di sogno dell'assoluto, dovremmo razionalmente pensare che nulla potrebbe essere realtà viva come questo sogno. Riguardare la molteplicità come un inganno, una finzione, un miraggio, senza consistenza alcuna come la riguardano gli idealisti−soggettivisti, significa svalorizzare l'assoluto. Equivale in certo qual modo ad antropomorfizzare quest' ultimo nel senso di pensarlo come una persona umana soggetta a sogni e visioni, nel qual caso la vita sarebbe il sogno dell'assoluto e noi i personaggi, o, per meglio dire, le marionette che agiscono e si muovono entro questa grande cornice onirica.


Remo Fedi in Filosofia perenne (1943)

L'unità con la Vita e la Potenza Infinite

L'uomo conosce se stesso solo come un essere fisico, non differendo sostanzialmente dall'universo materiale che lo circonda. ... Poi, contemplando se stesso e desiderando scoprire la verità sulla propria esistenza, gradualmente emerge nella sua coscienza il fatto che la sua vita è Essere Divino, e che non è mai stato altro - tranne che nella sua stessa mente, quando nel suo pensiero ha scambiato la semplice forma della propria esistenza come la vera vita essenziale stessa, separando così la propria vita dalla Vita Divina Infinita. Si rende quindi conto che egli in Dio vive, si muove e ha il suo essere, e che Dio è la vita della sua vita, la sua vita stessa. Così diventa cosciente della sua unità con la Vita e la Potenza Infinite. 


Ralph Waldo Trine (filosofo del New Thought) in The greatest thing ever known (1898) trad. E.V.

Noi siamo la coscienza stessa

L'idea di un'individualità separata e autonoma emerge in noi come pensiero e sensazione, e il nostro ambiente culturale cospira per confermare che abbiamo accuratamente esaminato "la questione della materia" e che siamo realmente individui separati. Nel moderno linguaggio non-dualistico, il pensiero e la sensazione di possedere un'individualità separata sono di per sé considerati come oggetti della coscienza e la persona è considerata come "colui a cui tali oggetti appaiono". Ciò porta alla possibile conclusione, da parte dei moderni non-dualisti, che noi siamo la Coscienza stessa, in qualche senso assoluto.
Ma se nella tradizione cristiana unità (oneness) equivale a coscienza, allora la coscienza può essere piuttosto considerata come Ciò in cui il pensiero e la sensazione di separazione appaiono. 
Al livello della verità sull'Assoluto, questa unita/coscienza è la nostra vera natura. Noi appariamo in essa, nell'Uno. Un'analisi ontologica cristiana tradizionale potrebbe aggiungere che l'Uno è l'Io Sono, la cui natura è l'amore creatore di Agape. Un critico cristiano portato alla non-dualità potrebbe invece affermare che: "Il divino Io Sono è il mio stesso essere (livello assoluto della verità) ma io non sono l'essere dell'Io Sono (livello convenzionale della verità)".


James Charlton in Non-dualism in Eckhart, Julian of Norwich and Traherne: A Theopoetic Reflection (2013) trad. E.V.

La matrioska dell'autocoscienza

Attraverso la consapevolezza di unità del tutto si supera il senso di divisione e separazione generato nell'individuo dalla dicotomia fra il soggetto e ciò che viene percepito come l'oggetto della sua esperienza. Ma si evita anche quella, pur presente nei testi sapienziali orientali dell'osservatore che osserva, e controlla, sé stesso.
Tale impostazione genera infatti il cosiddetto "circolo vizioso dell' autocoscienza", per cui è sempre possibile individuare un ulteriore "osservatore" che osserva ogni processo in atto, a qualunque livello, come in un gioco di Matrioske nel quale possiamo sempre includere quella o quelle più piccole in una più grande.

La coscienza di sé

Nessuna analisi della coscienza è meglio compresa da noi di quella rivelata dal "programmatore interiore" che si nasconde dietro la nostra dis-attenzione, e nessuna disciplina è più efficace nel sintonizzare la nostra coscienza con l'eterna charme della nostra stessa bellezza di quella ispirata dalla sequenza degli accadimenti della vita, che può sembrare una casuale coincidenza, spesso incoerente.


Nitya Chaitanya Yati (psicologo e filosofo dell'Advaita Vedanta) in In the stream of consciousness (1976) trad. E.V. (foto di alchetron.com)