La via tantrica all'unità secondo Evola

 L'Occidente è stato portato sempre più a sottolineare come ideale supremo non quello della liberazione ma quello della libertà. La via della liberazione è quella nella quale basta staccarsi dal mondo, realizzare l'autonomia della coscienza di fronte ad esso: è la tendenza generale prevalsa in India dopo il periodo vedidico-brahmanico. Ma vi è anche un altro modo di emanciparsi dal mondo, e cioè assumerlo, dominarlo. È una posizione perfino più radicale, perché supera ogni residuo di dualismo: non si è "liberati", ma si è semplicemente "liberi" quando le cose sono in nostro potere.

Julius Evola, Lo yoga della potenza, Ed. Bocca 1949

Le gabbie della mente

Sviluppandosi, la mente costruisce gradualmente una propria struttura cognitiva della realtà e, al suo interno, un'altra dell'identità del soggetto. 

Questo processo inizia già nel grembo materno e queste strutture costituiscono di fatto una doppia gabbia per la nostra esperienza della vita.

Proprio il vivere l'esperienza della vita dall'interno di queste gabbie ci impedisce di riconoscerla quale parte di un unico processo di manifestazione della realtà.

La liberazione arriva quando si riconnette l'esperienza individuale a ciò che c'è fuori dalle gabbie, come parte del flusso dell'esistenza.

Attenzione però!  L'esperienza di percezione separata e ingabbiata è illusoria,  cioè vale solo nella nostra percezione poiché è comunque anch'essa parte dell'unico processo di manifestazione della realtà. Cone tutto ciò che accade.


Poiché esiste, può essere conosciuto

Alcuni testi sostengono l'idea che il Nirvana equivalga a un assoluto metafisico: una realtà che rende possibile l'esperienza senziente, ma che non può essere di per sé parte dell'esperienza. Famosa a questo riguardo è una delle "ispirate espressioni" (udana) del Buddha riguardanti il ​​Nirvana, che può essere letta come implicante l'idealismo trascendentale: "C'è, monaci, un non-nato, un non-divenuto, un non-costruito, un non-condizionato (asaπkhata), senza il quale il risultante nato, diventato, costruito, condizionato non può essere conosciuto. Ma poiché esiste, il risultante nato, divenuto, costruito e condizionato, può essere conosciuto.". (Ud 80-1)
Il Nirvana è davvero l'obiettivo religioso supremo e la liberazione definitiva da ogni insoddisfazione e impermanenza, ma come tutti gli altri fenomeni è anatta, non sé, e non può essere lo stato liberato di alcun sé. Né può essere propriamente descritto, poiché è atakkavacara, inaccessibile al pensiero discorsivo, e poiché sfugge alla categorizzazione ordinata, può essere solo descritto per mezzo della negazione: non è né temporale, né spaziale, né mente, né materia. 


Noa Ronkin, Early Buddhist Metaphysics, The making of a philosophical tradition (2005), trad. E.V.

Gli effetti dell'attaccamento e dell'avversione

Un famoso detto attribuito a Buddha afferma: ″Il piacere genera attaccamento, il dolore genera avversione, l'attaccamento e l'avversione rendono l'essere umano schiavo″. Sicuramente lo rendono schiavo dell'identificazione con il corpo e con i sensi, ma anche, in un senso più ampio, lo rendono schiavo della sua visione di separazione e dunque di dualità. Infatti, da un lato l'avversione è un modo per creare distanza o separazione (nel tentativo di evitare la sofferenza), dall'altro l'attaccamento implica invece il tentativo di evitare la separazione. In entrambi i casi vi è la presunzione che la separazione sia qualcosa di reale e pertanto gestibile e non ci si riconosce indistintamente in tutto ciò che esiste, identificandosi piuttosto in una singola, specifica entità fra le infinite esistenti che interagiscono fra di loro. Ecco perché, secondo questa impostazione, la ″liberazione″ dalla schiavitù dell'illusione della separazione può avvenire solo se si supera ogni avversione ed ogni attaccamento. Di qualunque tipo.

La schiavitù dell'ego

Come si libera la mente dall'essere schiava dell'ego?
Questa domanda, che ritroviamo spesso nei testi che spiegano l'Advaita, deve essere interpretata con molta chiarezza, in quanto la sua semplice formulazione nasconde diversi impliciti rinforzi all'idea di separazione e dunque di dualità.
Un'analisi dell'enunciato rivela infatti il presupposto che ci sia ″qualcuno″ (chi?) che agisce sulla mente (ponendosi pertanto come soggetto esterno rispetto ad un oggetto da lui ″separato″) e che la mente sia a sua volta influenzata da un ulteriore soggetto (l'ego) che si pone come controparte sia della mente sia del suo ″liberatore″. Insomma, un triangolo di relazioni.
Se ci lasciamo coinvolgere in questo ″gioco delle parti″ (il soggetto−sé, la mente e l'ego) convalidiamo di fatto una separazione formale all'interno del soggetto−individuo. D'altronde, per creare l'esperienza della ″liberazione″ servono: un prigioniero, un carnefice e un liberatore. E in questo modo abbiamo tutti e tre!
Dal punto di osservazione della non−dualità, ″la schiavitù della mente″ è dunque l'altro lato della medaglia del ″processo di liberazione″, che è solo una delle infinite esperienze dell'essere umano. Essere umano che è a sua volta solo una delle infinite modalità (o processi) di manifestazione dell'ente unico universale.
Con una metafora: se prendiamo un cerchio e lo ″rimodelliamo″ trasformandolo in un triangolo, diventa possibile individuarne i tre distinti vertici e stabilire i rapporti che esistono fra di essi, ma nella sostanza, o natura, sono solo la momentanea trasformazione dell'unico originario cerchio.