L'essenza dell'individualità

Se considerate la vostra individualità, non avrete che un vano fantasma se il divenire storico in cui è immersa di pensieri e di idee, se il suo discorrere in ragione di un più lato discorrere del mondo, se queste esigenze immediate dei vostri concetti e queste conferme pronte della vostra pratica non siano tenute in alcun conto e non siano trasfigurate nell'impressione di una continuità indivisa, per cui la individuale esistenza divenga l'universalità stessa che procede accumulando il suo passato e prospettando il suo futuro.


Gaetano Meglio in La filosofia dell'infinito (1951)

L'incessante gioco della vita

La vita, dal punto di vista individuale, è un incessante gioco di equilibrio fra l'introiezione della realtà esterna e la proiezione dinamica della nostra identità. Entrambi i processi sono influenzati dalla nostra visione della natura ultima della realtà,  ovvero se concepita come duale o non duale, e diversa sarà di conseguenza l'esperienza generata e vissuta. 

Lo scopo della vita

Lo scopo della vita non è arrivare in qualche posto, è osservare che sei, e sei sempre stato, a destinazione. Sei sempre e per sempre, nel momento della pura creazione. Lo scopo della vita è quindi creare chi e che cosa sei, e poi sperimentarlo.


 Neale Donald Walsch in Conversazioni con Dio vol. I

Gli effetti dell'attaccamento e dell'avversione

Un famoso detto attribuito a Buddha afferma: ″Il piacere genera attaccamento, il dolore genera avversione, l'attaccamento e l'avversione rendono l'essere umano schiavo″. Sicuramente lo rendono schiavo dell'identificazione con il corpo e con i sensi, ma anche, in un senso più ampio, lo rendono schiavo della sua visione di separazione e dunque di dualità. Infatti, da un lato l'avversione è un modo per creare distanza o separazione (nel tentativo di evitare la sofferenza), dall'altro l'attaccamento implica invece il tentativo di evitare la separazione. In entrambi i casi vi è la presunzione che la separazione sia qualcosa di reale e pertanto gestibile e non ci si riconosce indistintamente in tutto ciò che esiste, identificandosi piuttosto in una singola, specifica entità fra le infinite esistenti che interagiscono fra di loro. Ecco perché, secondo questa impostazione, la ″liberazione″ dalla schiavitù dell'illusione della separazione può avvenire solo se si supera ogni avversione ed ogni attaccamento. Di qualunque tipo.

Infinito e finito insieme

Il Dio della coscienza non è un dio astratto, un re solitario relegato dalla creazione sul trono deserto di un'eternità silenziosa e di un'esistenza assoluta che ricorda il nulla stesso; è piuttosto un dio vero e reale, l'uno e il molteplice, il tempo lo spazio e il numero, l'essenza e la vita, l'indivisibilità e la totalità, il principio, la fine e l'intermedio, al vertice dell'espressione dell'essere e al suo più umile livello, infinito e finito insieme nella sua triplice identità di dio, natura e umanità.


Hippolyte Taine in Les Philosophes classiques du XIXe siècle en France (1857): M. Cousin philosophe, trad. E.V.

Come se l'uno fosse due

Siamo tutti figli della convinzione di separazione. E' su questo presupposto che costruiamo la nostra identità e affrontiamo la vita. Ogni percezione è per noi la ″nostra″ percezione ed ogni esperienza è la ″nostra″ esperienza. Il loro insieme è la ″nostra″ vita. Ognuno ha la sua. La si ″riceve in dono″ e un giorno, prima o poi, la si ″lascia″. Ma chi è questo soggetto che transita attraverso l'esistenza come una cometa che attraversa il cielo, lasciando dietro di sé una coda variamente lunga e luminosa? 
Poiché è difficile per noi identificarlo in qualcosa di estemporaneo come il corpo, qualcosa che nasce e muore, si struttura e si decompone, abbiamo pensato che debba esistere qualcosa di ulteriore, meno condizionato dai cicli dell'esistenza.
Lo abbiamo chiamato spirito, anima, coscienza, sé, ecc... .
Cos'altro avremmo potuto fare? Ammettere le nostra assoluta dissoluzione nel nulla eterno? D'altronde, se da qualche parte proveniamo (e il fatto che siamo qui lo conferma), da qualche parte dovremo pur finire! 
Tutte queste considerazioni nascono proprio dalla difficoltà di riconciliare la forma con l'essenza delle cose (e di noi stessi) e se pensiamo che il corpo sia realmente solo ″un corpo″, ci troviamo ad affrontare tutte le questioni sopra esposte. Ma se proviamo a considerare che questo nostro corpo è solo una delle infinite modalità attraverso le quali si manifesta l'ente unico assoluto, se riconosciamo che non vi sono tanti soggetti diversi quante sono le forme di tale manifestazione, e che le realtà è un unico processo senza soluzione di continuità, allora la narrazione dell'esistenza è contenuta e raccolta in un unico libro, con un unico titolo. E' la storia di un unico soggetto e della ″sua″ vita. Di come si è manifestato in infiniti modi, alcuni dei quali gli hanno persino permesso di fare l'esperienza di se stesso come se fosse qualcuno di diverso, di altro, di separato. Come se l'uno fosse due. 



Il mondo è l'Uno stesso

Per quanto naturale possa essere per l’essere umano concepire il rapporto tra l’Essere-in-sé e il mondo fenomenico dal punto di vista della causalità, e quindi considerare il divino come la causa e l’universo come il suo effetto, tuttavia questo punto di vista è falso. La causalità, che ha la sua radice nell'organizzazione del nostro intelletto, e in nessun altro luogo, è la relazione che lega insieme tutti i fenomeni del mondo fenomenico, ma non si può dire che leghi il mondo fenomenico con ciò che si manifesta per mezzo di esso. Tra l’Essere-in-sé e il mondo fenomenico, non c’è infatti causalità, ma identità: il mondo è l’Essere-in-sé che si manifesta nelle forme colte dal nostro intelletto.



Paul Deussen in System of the Vedanta citato in Brijen K. Gupta, The Meaning of the Absolute in Sankara and Swedenborg, trad. S. N.

La consapevolezza di unità del tutto

Nel percorso di costruzione della consapevolezza di unità del tutto, è utile partire proprio dai condizionamenti che rendono così difficile riconoscere la realtà della comune e unica essenza di tutte le cose, compresi gli esseri viventi. 
La difficoltà non deriva tanto dalle nostre facoltà percettive, come si potrebbe pensare, ma dalla interpretazione che diamo di ciò che ci rimandano della realtà. Le convinzioni maturate e consolidate nel corso dei millenni, a livello collettivo e individuale, fungono infatti da filtro di lettura della realtà in chiave dualistica e sono rafforzate dalla nostra mente ad ogni esperienza.


Il senso dell'etica e della morale

Considerando che da un punto di vista metafisico vi è identità fra l'individuo e l'Assoluto, si può ritenere che non vi sia spazio per l'etica. Se Brahman è tutto, non c'è bisogno di alcuno sforzo morale. Questa affermazione si basa però sulla confusione fra la realtà e l'esistenza, l'eterno e il temporale ... La verità metafisica dell'unitarietà di Brahman non pregiudica in alcun modo la validità delle distinzioni etiche a livello empirico.


Sarvepalli Radhakrishnan (filosofo indiano esponente del neo-Vedanta) in The Philosophy of Sarvepalli Radhakrishnan - The library of living philosophers (1952) trad. E.V.