Gli infiniti punti di osservazione

Quando affermiamo l'esistenza di Dio, affermiamo anche tutte le sue possibili descrizioni, ma possiamo anche immaginare che una descrizione sia stata presa da uno specifico punto di osservazione, ed è naturale per una mente imperfetta come la nostra, classificare tali descrizioni, differenti dal punto di vista qualitativo, secondo l'ordine e la posizione dei punti di osservazione, pur se qualitativamente identici, dai quali la descrizione è stata fatta.

In realtà, i punti di osservazione non esistono [di per sé] poiché esistono solo le descrizioni, ciascuna rappresentante a modo suo l'intera realtà, cioè Dio. 



Henri Bergson (filosofo francese) in L'Évolution créatrice (1907) trad. E.V.

Esistono gli opposti?

Una barzelletta che lessi molti anni or sono recitava pressappoco così: "Un signore camminando lungo il marciapiede ferma un altro passante e gli chiede - Scusi qual è l'altro lato della strada? -. Questo lo guarda un po' perplesso e risponde - Ma è quello là ovviamente! - indicando il marciapiede di fronte. Al che il primo replica - Strano, prima ero dall'altra parte e mi hanno detto che era questo qui! -".
Questo semplice scambio di battute mi ha fatto cogliere, fino dalla sua prima lettura, la relatività di ciascun punto di osservazione della realtà e come le definizioni e le categorizzazioni avvengano sostanzialmente per renderci possibile l'esperienza esistenziale nella forma che conosciamo. 

Di fatto, non esistono i lati della strada, esiste solo la strada. Ma l'identificazione e la definizione di due distinti, separati e opposti lati di questa unica realtà, che non presenta di per sè alcuna soluzione di continuità al suo interno, né alcuna forma di separazione fra le sue parti, è per noi necessaria per una migliore fruizione di essa, e dunque per permetterci in ultima una più efficace ed efficiente esperienza che la include come elemento necessario.
Se è vero che anche la definizione di opposti antitetici appartiene al pensiero dicotomico, che è una delle categorie della distorsione cognitiva proprie dell'essere umano, abbiamo un'ulteriore conferma che la rappresentazione che noi diamo della realtà non coincide con la realtà stessa, come affermato anche dalla semantica generale di Korzybski.
Al posto di "distorsione cognitiva" preferisco tuttavia utilizzare il termine "filtro cognitivo", ad indicare la soggettività dell'interpretazione dell'esperienza fatta da ciascun individuo, interpretazione che è alla base dell'infinita e meravigliosa diversificazione del processo di manifestazione della realtà stessa.
Quindi, in definitiva, i cosiddetti "opposti", qualunque "coppia di opposti", non esistono di per sé, ma solo come categorie da noi create a nostro uso e consumo, elementi fondamentali del gioco della vita.

Tutto ciò che ha un inizio ha anche una fine

Se con l'affermazione “tutto ha un inizio e una fine” si nega la possibilità dell’esistenza di un ente assoluto, e pertanto infinito rispetto a qualsiasi dimensione, temporale, spaziale, ecc... , dichiarando invece che ″tutto ciò che ha un inizio ha anche una fine″ si è presa la torta del tutto e se ne ha tagliato una fetta: la specifica fetta che comprende solo ciò che ha un inizio.
Restringere il campo di osservazione solamente a ciò che ha un inizio, sposta dunque il piano di analisi dalla natura della realtà, che è assoluta, alla sua manifestazione, all’interno della quale è invece possibile individuare singoli processi aventi caratteristiche relative. Ciò avviene applicando categorie arbitrarie da noi create (quali, appunto il tempo e lo spazio), e non deve comunque costituire una premessa per affermare l’esistenza di separazione all’interno della manifestazione della realtà stessa.