Ibn ‘Arabi non professa il monoteismo astratto dei teologi dell’IsIam ortodosso più di quanto professi ciò che viene connotato abitualmente con il termine di monismo nella storia della filosofia in Occidente. Mentre alla base del monoteismo astratto e del monismo, che ne è la secolarizzazione in quanto filosofia sociale, vi è una medesima esigenza totalitaria, la teosofia di Ibn ‘Arabi procede da un sentimento teofanico dell’universo, dell’essere al quale non possono certo presentarsi opzioni simili. Infatti, la coerenza delle teofanie postula certamente un’unità dell’essere nella sua essenza, ma la loro diversità e la loro pluralità non potrebbero essere abolite senza abolire al con tempo la manifestazione di questo Essere unico a se stesso e nei suoi esseri.
L'universo come teofania
Lo stesso Essere è l'Amante e l’Amato
Lo stesso Essere divino è contemporaneamente l'Amante e l’Amato. Ma questa unità non è affatto quella di un'identità indifferenziata, ma quella di un essere che la Compassione essenziale al suo essere duplica in una bi-unità in cui ciascuno dei due termini aspira reciprocamente all’altro. Da un lato, è l’aspirazione a manifestarsi e ad esteriorizzarsi (il pathos del “Dio patetico”); dall’altra, nell’essere stesso che lo manifesta, l’aspirazione a tornare a se stesso; aspirazione che diventa nell’essere la sua teopatia, cioè la propria passione di essere il Dio conosciuto in e attraverso un essere di cui egli è il Dio.
Henry Corbin (filosofo e orientalista francese) in L’immaginazione creatrice - Le radici del sufismo (1958 ed. ita. 2005)
La bi-unità di creatore e creato
La struttura teofanica dell’essere, la relazione che questa determina fra il Creatore e la creatura, implica certamente l’unità del loro essere (essendo impossibile concepire un essere estrinseco all’essere assoluto). La proprietà di questo essere dall'essenza unica è quella di differenziare, di “personalizzare” in due modi d'esistenza, corrispondenti al suo essere nascosto e al suo essere rivelato. Il rivelato è sicuramente la manifestazione del nascosto e insieme essi formano un’unità indissolubile, ma ciò non equivale ad una identità esistenziale ... benché una medesima realtà essenziale di fondo condizioni la loro diversificazione e la loro codipendenza, la loro bi-unità.
Riconoscere la realtà profonda dell'essere
Riconoscere la realtà profonda dell'essere come unità bi-polarizzata tra Creatore e Creatura, la cui co-dipendenza e unità si ripetono ogni volta nella moltitudine delle teofanie [la manifestazione sensibile della divinità] - cioè nella moltitudine delle ricorrenze della Creazione - è qualcosa di cui nessuno è capace, tranne colui che possiede la himma [l’energia creatrice prodotta dalla concentrazione del cuore].
La relazione fra uno e pluralità
Tutti i Nomi si riferiscono ad uno stesso Denominato. Tuttavia ciascuno si riferisce ad una determinazione essenziale, diversa dalle altre; con questa individualizzazione ciascun Nome si riferisce al Dio che si mostra all’Immaginazione teofanica mediante l’immaginazione teofanica. Arrestarsi alla pluralità significa essere con i Nomi divini e con i Nomi del mondo. Arrestarsi all’unità del Denominato significa essere con l’Essere Divino sotto l’aspetto del suo Sé (dhat) indipendente dal mondo e dalle relazioni dei suoi Nomi coi Nomi del mondo. Ma le due stazioni sono parimenti necessarie e condizionate l’una dell’altra.
Henry Corbin (filosofo e orientalista francese) in L’immaginazione creatrice - Le radici del sufismo (1958 ed. ita. 2005)
Cogliere il pensiero dell'Identità suprema
Mohyiddin Ibn Arabi (filosofo e mistico arabo, XIII sec.) da Risâlatul-Ahadiyah (Il trattato dell'unità)
Il duplice aspetto dell'amore divino
Quello che chiamiamo “amore divino” ha un duplice aspetto: sotto un aspetto, è il Desiderio di Dio per la sua creatura, il Sospiro appassionato della divinità nella sua Essenza (il “Tesoro nascosto”), che aspira a manifestarsi negli esseri, al fine di essere rivelato per loro e attraverso di loro; sotto l’altro aspetto, è il Desiderio della creatura per Dio, di fatto il Sospiro di Dio stesso epifanizzato negli esseri, che aspira a tornare in se stesso. In realtà, l'essere che sospira di nostalgia è nello stesso tempo l'essere verso cui la sua nostalgia sospira, benché nella sua determinazione concreta sia altro da lui. Non si tratta di due esseri differenti ed eterogenei, ma di un essere che incontra se stesso (al contempo uno e due, una bi-unità, che si tende sempre a dimenticare).
Henry Corbin (filosofo e orientalista francese) in L’immaginazione creatrice - Le radici del sufismo (1958 ed. ita. 2005)
Henry Corbin (filosofo e orientalista francese) in L’immaginazione creatrice - Le radici del sufismo (1958 ed. ita. 2005)
Nulla esiste tranne Lui
Mohyiddin Ibn Arabi (filosofo e mistico arabo, XIII sec.) da Risâlatul-Ahadiyah (trad. ita. Il trattato dell'unità)
Conoscendo se stessi si conosce il proprio Dio
Con il termine Sé ... non ci riferiamo né all'impersonale, al sentimento del puro atto di esistere, al quale può per venire uno sforzo conforme allo Yoga, né tanto meno al Sé contemplato nel lessico degli psicologi ma ... nel senso in cui lo intendevano Ibn Arabi e tanti altri teosofi sufi, in consonanza con la famosa massima: chi conosce se stesso conosce il suo Signore. Conoscendo se stesso, conoscere il proprio Dio; conoscendo il proprio Signore, conoscere se stesso. Questo Signore non è il Sé impersonale, e tanto meno è il Dio delle definizioni dogmatiche sussistente in sé, senza nessuna relazione con l'Io, senza essere sentito dall'Io. E' invece quello che conosce se stesso mediante me stesso, cioè nella conoscenza stessa che io ho di lui, in quanto essa è la conoscenza che egli ha di me. Solo e soltanto con lui, in questa unità sizigiale, è possibile dire tu.
Henry Corbin (filosofo e iranista francese) in L’immaginazione creatrice - Le radici del sufismo (1958 ed. ita. 2005)
Henry Corbin (filosofo e iranista francese) in L’immaginazione creatrice - Le radici del sufismo (1958 ed. ita. 2005)
Iscriviti a:
Post (Atom)

