Fuga dalla sofferenza


″Lo Jainin, colui che è pervenuto alla conoscenza ultima ed ha avuto la visione dell'Atman in se stesso, non avrà più alcuna sofferenza.″ E' questa un'affermazione che si ritrova molto spesso nei testi di Advaita o Jnana Yoga, un principio che segue quasi letteralmente la via indicata dal Buddha per ottenere la ″liberazione″ dalla sofferenza. Dal punto di vista della non−dualità, la sofferenza sta al suo opposto (il piacere?) come il freddo sta al caldo. E' cioè uno stato del tutto relativo e, nella maggior parte dei casi, temporaneo, ovvero impermanente, come ogni altro stato che può sperimentare l'essere umano. 
Porsi l'obiettivo di evitare una (e una sola) condizione relativa, parte da una premessa di totale identificazione con quella specifica condizione, dunque una premessa di separazione e dualità. Verrebbe da suggerire, piuttosto, l'obiettivo della totale alienazione da qualunque stato, sia la sofferenza sia il suo opposto (ricordiamo le parole di Buddha quando afferma: ″Il piacere genera attaccamento, il dolore genera avversione, il piacere e l'avversione rendono l'essere umano schiavo.″).
Tuttavia, nel gioco della dualità, qualunque motivazione, per quanto fittizia, è accettabile al fine di generare ulteriori forme della manifestazione dell'Atman.
Ben venga, dunque, prendersela con la sofferenza, se ciò può servire a creare diversificazione all'interno dell'unico processo chiamato realtà.

Gli effetti dell'attaccamento e dell'avversione

Un famoso detto attribuito a Buddha afferma: ″Il piacere genera attaccamento, il dolore genera avversione, l'attaccamento e l'avversione rendono l'essere umano schiavo″. Sicuramente lo rendono schiavo dell'identificazione con il corpo e con i sensi, ma anche, in un senso più ampio, lo rendono schiavo della sua visione di separazione e dunque di dualità. Infatti, da un lato l'avversione è un modo per creare distanza o separazione (nel tentativo di evitare la sofferenza), dall'altro l'attaccamento implica invece il tentativo di evitare la separazione. In entrambi i casi vi è la presunzione che la separazione sia qualcosa di reale e pertanto gestibile e non ci si riconosce indistintamente in tutto ciò che esiste, identificandosi piuttosto in una singola, specifica entità fra le infinite esistenti che interagiscono fra di loro. Ecco perché, secondo questa impostazione, la ″liberazione″ dalla schiavitù dell'illusione della separazione può avvenire solo se si supera ogni avversione ed ogni attaccamento. Di qualunque tipo.

La Grande Via Zen di Sengcan

Hsin Hsin Ming è un poema del VI secolo attribuito al terzo patriarca Zen Sengcan. Il titolo può essere tradotto "Fede nella perfetta mente" o "Istruzioni della perfetta mente" o più semplicemente "Versi sulla perfetta mente". La presente traduzione libera di E. Vignali è stata ottenuta comparando diverse traduzioni in inglese dell'opera originale.

Hsin Hsin Ming

La Grande Via non è difficile
per chi non ha alcuna preferenza.
Lascia andare il desiderio e l'avversione,
ed essa si rivelerà da sé.

Ma se farai la più piccola distinzione,
ne sarai distante come lo è il paradiso dalla terra.
Se vuoi attingere la verità,
non avere opinioni né contro né a favore di qualunque cosa.



La non-dualità nel vuoto interiore

Il più comune significato di "non-dualità" in molti insegnamenti è "unitarietà" (oneness) o "singolarità". Tali insegnamenti sono non dualistici nel senso che affermano che non esistono due cose distinte. Ma c'è un altro significato di "non-dualità" ed è il senso di "libero dagli estremi opposti del dualismo". Ciò comporta la libertà dai poli contrapposti dei dualismi metafisici come, ad esempio, esistenza e non-esistenza, essenzialismo e nichilismo, sostanza e attributo, presenza e assenza, bene e male. Questi rappresentano comunque forme di dualismo, perché se si vivono le situazioni secondo uno di due estremi, si pongono le basi per l'esperienza anche dell'altro estremo. Ad esempio, se si afferma la propria reale esistenza, si avrà anche paura che un giorno non si esisterà più. In entrambi i casi, si avranno bramosia, attaccamento, rigidità e resistenza al fluire della vita. Attraverso gli insegnamenti finalizzati al raggiungimento del vuoto interiore ci si rende conto che  nessuna di queste accoppiate dualistiche ha senso. Per questo motivo gli insegnamenti al vuoto interiore sono non-dualistici.


Greg Goode e Tomas Sander in Emptiness and joyful freedom (2012) trad. E.V.

Raggiungere la vera comprensione

La Visione è la saggezza del Vuoto,
la Pratica è l'illuminazione del non-attaccamento,
l'Azione è l'eterno giocare senza desiderio,
il Frutto è la grande immacolata Nudità.

Per quanto riguarda la saggezza del Vuoto,
il pericolo è di non coglierla
a causa delle parole e dei pensieri.
Se la comprensione assoluta
non è stata ancora raggiunta interiormente,
le sole parole non potranno liberare l'individuo dall'abbraccio dell'ego.
Dunque, cerca con tutto te stesso di raggiungere la vera comprensione.


Milarepa in The hundred thousand songs of Milarepa (Mila Grubum) translated and annotated by Garma C. C. Chang (1962) trad. E.V.

Gli insegnamenti pratici di Buddha

Se un individuo abbandona completamente la convinzione di essere un sé materiale, non potrà più essere un sé sotto alcun punto di vista. Ciò avrà l'effetto di eliminare la [percezione di] separazione dagli altri che è all'origine degli stati emotivi negativi, quali la rabbia, e, di conseguenza, potrà esprimere liberamente la sua compassione universale. Inoltre, senza la convinzione di essere un sé con una propria identità, l'individuo non sarà più ossessionato dal proprio passato o dal futuro. Ciò lo renderà libero di concentrarsi su ogni momento presente per coglierne il valore. Liberato in tale modo dall'attaccamento ai desideri, raggiungerà lo stato di pace profonda che Buddha chiama Nirvana. Queste presunte verità psicologiche costituiscono l'essenza degli insegnamenti pratici di Buddha.


Christopher W. Gowans (professore di filosofia USA) Philosophy of the Buddha (2003) trad. E.V.

L'attaccamento alla propria posizione

Mentre rimani attaccato alla tua posizione
e critichi la posizione degli altri
non ti avvicini al Nirvana.
Nessuna delle due modalità porta pace.


Aryadeva (monaco buddhista III sec.), da Aryadeva's four hundred stanzas on the Middle Way, VIII, 10, trad. E.V.

L'attaccamento alla propria posizione

Mentre rimani attaccato alla tua posizione
e critichi la posizione degli altri
non ti avvicini al Nirvana.
Nessuna delle due modalità porta pace.


Aryadeva (monaco buddhista III sec.), da Aryadeva's four hundred stanzas on the Middle Way, VIII, 10, trad. E.V.