La visione unitaria secondo Maslow

Il modo atomistico di pensare è una forma di leggera psicopatia 
o almeno una sindrome di immaturità cognitiva.

Abraham Maslow

Scegli la corda o il serpente?

Quando il viandante scambia una corda arrotolata che giace sul bordo della strada per un serpente, non sono i suoi sensi a suggerirgli quella interpretazione, ma è l'elaborazione del segnale visivo da parte della sua mente. Tale elaborazione, attiva in successione una reazione ad essa coerente, che, di fronte al serpente non potrà essere che di fuga. Allo stesso modo, quando i sensi ci informano sulla presenza di un'altra forma della manifestazione dell'unica realtà, è la nostra mente che la identifica come qualcosa di esterno, estraneo, distinto e separato da noi, alimentando la nostra convinzione di esistere in una dimensione caratterizzata dalla dualità. Proprio tale convinzione ci porta a porci la domanda se sia possibile fare l'esperienza della non dualità o dell'unità del tutto, ma è come se, una volta informato che quello che lui riteneva essere un serpente in realtà era una corda, il viandante si chiedesse allora come poter fare l'esperienza della corda!


La realtà non dipende dall'essere umano


Molto spesso assisto a interminabili discussioni sulla non-dualità nelle quali si dichiara di parlare della realtà, mentre di fatto si sta considerando solo l’esperienza che di essa facciamo, proprio per l’abitudine che abbiamo di “sovrapporre la mappa al territorio”, cioè di considerare la nostra esperienza della realtà come la realtà stessa. Pertanto è sempre opportuno dichiarare preliminarmente se si sta discutendo delle caratteristiche della realtà o solo della nostra esperienza. Le caratteristiche della realtà sono oggettive e non dipendono dal nostro riconoscimento né sono stabilite “a maggioranza”. La realtà esiste dove noi non siamo presenti, esisteva prima che comparissimo come specie ed esisterà dopo la scomparsa dell’ultimo essere umano. Altro è invece l’esperienza che di essa facciamo o possiamo fare. Nella nostra esperienza ci muoviamo fra coppie di opposti (da noi arbitrariamente definiti) per cui qualcuno chiama impropriamente tale esperienza “duale”. E’ bene però essere precisi con i termini e riservare l'aggettivo duale solo alla realtà stessa e non alla nostra esperienza, altrimenti il rischio è proprio quello di sovrapporre i due piani. Riassumendo: la realtà è non-duale. Niente e nessuno, pertanto, esiste nella dualità. La nostra esperienza della realtà può dirsi caratterizzata dagli opposti, categorie relative che individuiamo arbitrariamente proprio per rappresentare e gestire la nostra esperienza e per diversificarla all’interno del continuum compreso fra ogni coppia di estremi.


L'identità dell'essere alla base dell'empatia


Gli psicologi occidentali sostengono la teoria dell'empatia o del trasferimento o condivisione delle emozioni (fra le persone), ma io sono invece più propenso a proporre la dottrina dell'identità (dell'essere). Il trasferimento e la condivisione sono basati sull'interpretazione dualistica della realtà, mentre il concetto di identità pesca più in profondità all'origine dell'esistenza, dove nessuna dicotomia di alcun tipo ha ancora avuto luogo. Da questo punto di vista, la condivisione diventa più facile da comprendere e più ragionevole e logica. Infatti, nessuna condivisione è realmente possibile quando non vi è una preliminare identità. Quando si parla di differenza, il suo presupposto è infatti l'unità. L'idea del due è basata su quella dell'uno. Il due non sarà mai compreso senza l'uno.


Daisetsu Teitaro Suzuki
(maestro zen giapponese) in Mysticism: Christian and Buddhist (1957) trad. E.V.

La natura della dualità secondo Pitagora

Nel discutere di questo argomento (la teoria quaternaria dei Pitagorici, n.d.t.) mi sento di affermare che i Pitagorici non consideravano la dualità come un numero doppio, ma piuttosto come un insieme unico di due unità, e conseguentemente dichiaravano che il suo quadrato (il quattro n.d.t.) era il primo dei numeri pari, e a ragione. Infatti, poiché una è la forma o atto divino, è necessario che vi sia anche l'altra: la materia o potenza divina che emerge dalle tenebre per mezzo dell'atto. 


Robert Fludd (medico, filosofo, alchimista inglese XVII sec.) in Demonstratio quaedam analytica (Discursus analyticus), 1621, trad. E.V.

Lo stato naturale dell'esistenza

Se l’unità del tutto è lo stato naturale in cui esistiamo, allora ogni nostra convinzione di dualità e separazione è solo un'interpretazione di quanto percepito attraverso i sensi o elaborato dalla mente.

Sul concetto di separazione

Se fra due punti vi è qualcosa, come possono essere considerati separati?

Se non vi è niente, come possono essere considerati separati?

L'impermanenza di tutte le forme

Eraclito chiamava Logos la fondamentale unità del tutto, che contiene e trascende ogni coppia di forze fra di loro opposte. La divisione di tale unità è iniziata con la scuola Eleatica, che ha posto un Principio Divino al di sopra di tutte le divinità e gli esseri umani. Tale Principio è stato inizialmente identificato con la sostanziale e impersonale unitarietà dell'universo, per poi diventare un Dio intelligente e personificato che tutto controlla e influenza. Da ciò è nato quel filone di pensiero che ha portato, infine, alla separazione fra spirito e materia e al dualismo caratteristico della filosofia occidentale.
L'idea generale che emerge dall'Induismo, è invece quella di un cosmo organico che cresce in modo ritmico; un universo nel quale tutto è fluido e in costante cambiamento e ogni forma statica è maya, ovvero esiste solo come concetto illusorio. 
Quest'idea dell'impermanenza di tutte le forme è il principio base del Buddhismo.


Fritjof Capra  in The tao of physics (1975) trad. E.V.

Come se l'uno fosse due

Siamo tutti figli della convinzione di separazione. E' su questo presupposto che costruiamo la nostra identità e affrontiamo la vita. Ogni percezione è per noi la ″nostra″ percezione ed ogni esperienza è la ″nostra″ esperienza. Il loro insieme è la ″nostra″ vita. Ognuno ha la sua. La si ″riceve in dono″ e un giorno, prima o poi, la si ″lascia″. Ma chi è questo soggetto che transita attraverso l'esistenza come una cometa che attraversa il cielo, lasciando dietro di sé una coda variamente lunga e luminosa? 
Poiché è difficile per noi identificarlo in qualcosa di estemporaneo come il corpo, qualcosa che nasce e muore, si struttura e si decompone, abbiamo pensato che debba esistere qualcosa di ulteriore, meno condizionato dai cicli dell'esistenza.
Lo abbiamo chiamato spirito, anima, coscienza, sé, ecc... .
Cos'altro avremmo potuto fare? Ammettere le nostra assoluta dissoluzione nel nulla eterno? D'altronde, se da qualche parte proveniamo (e il fatto che siamo qui lo conferma), da qualche parte dovremo pur finire! 
Tutte queste considerazioni nascono proprio dalla difficoltà di riconciliare la forma con l'essenza delle cose (e di noi stessi) e se pensiamo che il corpo sia realmente solo ″un corpo″, ci troviamo ad affrontare tutte le questioni sopra esposte. Ma se proviamo a considerare che questo nostro corpo è solo una delle infinite modalità attraverso le quali si manifesta l'ente unico assoluto, se riconosciamo che non vi sono tanti soggetti diversi quante sono le forme di tale manifestazione, e che le realtà è un unico processo senza soluzione di continuità, allora la narrazione dell'esistenza è contenuta e raccolta in un unico libro, con un unico titolo. E' la storia di un unico soggetto e della ″sua″ vita. Di come si è manifestato in infiniti modi, alcuni dei quali gli hanno persino permesso di fare l'esperienza di se stesso come se fosse qualcuno di diverso, di altro, di separato. Come se l'uno fosse due. 



Tu sei tutto il meglio di me stesso

Come posso cantare equamente i tuoi meriti
se tu sei tutto il meglio di me stesso?
A cosa può servirmi la lode di me stesso?
E se lodo te, cos'altro è se non l'elogio mio?
Lasciamo dunque le nostre vite separate
e lasciamo che il nostro amore perda la sua unità,
affinché con questa separazione io possa dare
quanto a te dovuto e che tu solo meriti.
Oh, che tormento sarebbe la tua assenza,
se non fosse che mi mostra come portare 
I miei pensieri verso l’amore,
e questi pensieri che ingannano sia il tempo che i miei pensieri tristi,
mi insegnano anche come far tornare noi due nuovamente uno,
Lodando qui chi nei fatti non c’è.

Quando l'Artista riconosce che egli stesso, la sua creazione e la sua stessa motivazione a creare sono uno e sono uno persino con gli spettatori, tanto da ritenere futile il creare stesso ("A cosa può servirmi la lode di me stesso? E se lodo te, cos'altro è se non l'elogio mio?") egli si libera dai condizionamenti (l'idea di spazio, di "lontano" e di "vicino") in un singolo istante di dolorosa assenza (della mente individuale) che però lascia spazio alla consapevolezza di essere Solo e di compiere dunque l'unico gesto possibile: farsi due, guardarsi e amarsi interamente.


William Shakespeare, Sonetto n. 39 (1593) traduzione e commento di Patrizia Ferrante

Una visione universale

La visione unitaria o di non−dualità è universale perché ammette la possibilità che continui ad esistere anche la visione di dualità, trovando ad essa un senso all'interno della manifestazione della realtà. Per questo non è necessario un processo di sostituzione dell'una con l'altra, ma solo di ampliamento per includere la seconda nella prima. 

Io sono Quello

Perfino la grande affermazione Aham Brahmasmi − Io sono Quello − contiene in sé una traccia di ignoranza [dualità] che consiste nell'″io″ (Aham), che, anche se detto identico, è ancora indicato come qualcosa di separato. Esso sparirà solo dopo un'incessante meditazione sulle implicazioni di Tat tvam asi (Quello sei tu) e sul Sé o Divino che tutto include.
E' questo lo stato della discriminazione investigativa attraverso il quale la mente può fissarsi sulla contemplazione dell'Assoluto.


Sai Baba in La conoscenza (Jnana) Mother Sai Pub.

La mente dualistica

Eliminando il termine intermedio della mente dualistica, la triade-conoscitore, conoscere, conosciuto-diventa una diade del solo conoscitore e conosciuto, senza niente fra di loro che li tenga separati. La diade successivamente collassa spontaneamente nella verità del sé interiore, nel quale non si conosce la dualità.


Atmananda Krishna Menon in The Teaching of Sri Atmananda Krishna Menon on Advaita Vedanta as presented by Sri Ananda Wood trad. E.V.

La consapevolezza di unità del tutto

Nel percorso di costruzione della consapevolezza di unità del tutto, è utile partire proprio dai condizionamenti che rendono così difficile riconoscere la realtà della comune e unica essenza di tutte le cose, compresi gli esseri viventi. 
La difficoltà non deriva tanto dalle nostre facoltà percettive, come si potrebbe pensare, ma dalla interpretazione che diamo di ciò che ci rimandano della realtà. Le convinzioni maturate e consolidate nel corso dei millenni, a livello collettivo e individuale, fungono infatti da filtro di lettura della realtà in chiave dualistica e sono rafforzate dalla nostra mente ad ogni esperienza.


Esiste il libero arbitrio?

L'idea del libero arbitrio si basa sostanzialmente sul presupposto che esista un'entità separata e autonoma [che abbia il libero arbitrio]. Ma tale entità non esiste. Tuttavia, ciò che accade normalmente è che l'interlocutore medio non coglie la principale implicazione di quest'ultima affermazione, cioè che non esiste un'entità che può avere il libero arbitrio, e la interpreta invece nel senso che quell'entità non ha il libero arbitrio. In realtà, la credenza in un'entità separata, il sé, e la credenza nel libero arbitrio, vanno di pari passo (e scompaiono insieme). E' cioè possibile avere entrambe o nessuna delle due, ma non è possibile avere una senza l'altra. L'interlocutore medio crede in entrambe, mentre quello illuminato le considera entrambe come un'illusione. 


Nitin Trasi (medico e scrittore indiano) in The science of enlightment (1999) trad. E.V.

Anima e corpo

La consueta divisione del mondo in soggetto e oggetto, esterno e interno, anima e corpo, non è più soddisfacente e ci porta in un vicolo cieco.


Werner Heisenberg (premio nobel per la fisica) in Physics and beyond (1971) trad. E.V.

Chiarire la confusione dell'ego

La verità riguardo al sé è trovata chiarendo la confusione dell'ego, che mescola erroneamente il sé conoscitore con l'atto del conoscere proprio della personalità. Per chiarire la confusione, il sé che conosce deve essere completamente distinto da tutto ciò che è conosciuto come oggetto separato o come attività in continuo cambiamento. Attraverso una discriminazione attenta e imparziale, deve essere completata la dualità fra il soggetto che conosce, gli oggetti conosciuti e l'atto del conoscere, cosicché non rimane alcuna possibilità di confusione. Quando la dualità è chiarita, si è giunti allo stadio del testimone. Dal punto di vista dell'ego, rimane comunque un'ultima traccia di confusa dualità nell'idea stessa del testimone. Rimane infatti ancora la testimonianza delle diverse attività della mente. E, nonostante tutte le argomentazioni intellettuali volte a dimostrare il contrario, la testimonianza sembra essa stessa una di quelle attività, che illumina le apparenze e registra ciò che ha illuminato.


Sri Ananda Wood in The Teaching of Sri Atmananda Krishna Menon on Advaita Vedanta as presented by Sri Ananda Wood trad. E.V.

La visione dualistica genera gli opposti

Per chi non ha raggiunto lo stato di coscienza della perfezione-che-comprende-tutto, anche detto del tutto-non-discriminante, l'aspetto antitetico dell'esistenza, che origina dalla visione dualistica, diviene il principale ostacolo che impedisce di realizzare l'Indifferenziata Totalità. Inoltre, esso genera la convinzione dell'incompatibilità degli opposti, come, ad esempio dell'essere e del non-essere, dell'esistenza e della non-esistenza, ecc..


Garma C. C. Chang in The hundred thousand songs of Milarepa (Mila Grubum) (1962) trad. E.V.

La pluralità non è reale

La pluralità che noi percepiamo è solo apparente, non è la realtà.


Erwin Schrodinger (premio nobel per la fisica) in What is life (1943) trad. E.V.

L'ineffabile identità della forma e del vuoto

Nel misticismo orientale tutti gli oggetti sono considerati come illusori, privi di una propria esistenza indipendente. La loro natura fondamentale non è materiale ma spirituale. La dualità della materia e dello spirito nasce infatti proprio dalla erronea convinzione che le cose abbiano una propri esistenza separata. Con l'aumentare della consapevolezza spirituale, diventano sempre più evidenti le illusioni della materialità e della dualità. rivelando l'ineffabile identità della forma e del vuoto.


Thomas J. McFarlane in Einstein and Buddha the parallel sayings (2002) trad. E.V.