Anche il relativo è reale

Non è dato ad una coscienza finita e limitata come quella dell'uomo di andare al di là della pura e semplice predicabilità della coscienza infinita ed assoluta: essa è costretta a riconoscerla come sussistente per motivi logici ma non può naturalmente acquisirne con le proprie forze intellettuali un concetto preciso. Non si parli poi di rappresentazione, dato che quest'ultima si trova nell'orbita della sensibilità. Non si è però autorizzati a pensare che le singole coscienze, alle quali la vita universale si presenta come un'immensa varietà di forme, non abbiano una realtà effettiva. Anche dato e non concesso che esse fossero una specie di sogno dell'assoluto, dovremmo razionalmente pensare che nulla potrebbe essere realtà viva come questo sogno. Riguardare la molteplicità come un inganno, una finzione, un miraggio, senza consistenza alcuna come la riguardano gli idealisti−soggettivisti, significa svalorizzare l'assoluto. Equivale in certo qual modo ad antropomorfizzare quest' ultimo nel senso di pensarlo come una persona umana soggetta a sogni e visioni, nel qual caso la vita sarebbe il sogno dell'assoluto e noi i personaggi, o, per meglio dire, le marionette che agiscono e si muovono entro questa grande cornice onirica.


Remo Fedi in Filosofia perenne (1943)

Solo nell'infinito l'anima ritrova se stessa

Solo nell'infinito l'anima ritrova se stessa completamente e spazia perciò liberamente. Vi si ritrova con tutta la realtà sperimentata e con tutto quanto potrà essere ancora oggetto di esperienza. Vi si ritrova per quello che è stato fatto, per quello che si sta facendo, per quello che si dovrà e potrà ancora fare. Vi si ritrova con tutti gli esseri e tutte le cose della natura, con tutta la sua malinconia e tutta la grandiosità del suo anelito, ed è perciò l'unica formula che riuscendo a contenere a priori tutta la possibile storia dell'anima è anche tutta la possibile storia dell'essere che nell'anima si era venuta adagiando.

Gaetano Meglio in La filosofia dell'infinito (1951)

Un essere infinito e unico

Dobbiamo considerare con molta attenzione l'idea di un Essere semplice, necessario e principio primo di tutte le cose. L'affermazione dell'esistenza di una cosa assoluta implica la sua infinitezza e la nostra idea sarà così l'idea di un Essere assolutamente infinito. Sarà necessariamente anche l'idea di un Essere unico.


Gabriel Huan (filosofo spagnolo) in Le dieu de Spinoza, 1914 (trad. E. V.)

L'infinito evanescente nella sua esistenza

Un infinito che per assurdo si attuasse in un unico momento sarebbe come un cessare del reale, perché ciò che è compiuto è già cessato se non si riversa in qualche cosa di nuovo. Sarebbe lo stringente affanno concettuale di un "nulla" che "sia", laddove tutto l'essere grida che sia invece qualcosa. Per tale ragione l'infinito deve immaginarsi evanescente nell'inesistenza perché l'essere possa essere ancora, realizzandolo.


Gaetano Meglio in La filosofia dell'infinito 1951

L'indivisibile non è differente dal divisibile

L’individuo [l'indivisibile] non è differente dal dividuo [il divisibile], il simplicissimo da l’infinito, il centro da la circonferenza. Perché dunque l’infinito è tutto quello che può essere, è inmobile; perché in lui tutto è indifferente, è uno; e perché ha tutta la grandezza e perfezione che si possa oltre e oltre avere, è massimo ed ottimo immenso. Se il punto non differisce dal corpo, il centro da la circonferenza, il finito da l’infinito, il massimo dal minimo, sicuramente possiamo affirmare che l’universo è tutto centro, o che il centro de l’universo è per tutto, e che la circonferenza non è in parte alcuna per quanto è differente dal centro, o pur che la circonferenza è per tutto, ma il centro non si trova in quanto che è differente da quella. Ecco come non è impossibile, ma necessario che l’ottimo, massimo, incomprensibile è tutto, è per tutto, è in tutto, perché, come semplice e indivisibile, può esser tutto, esser per tutto, essere in tutto.


Giordano Bruno in De la causa, principio et uno (1585)

L'io è l'universale manifesto

L'io è l'universale che dirompendo per tutta la particolarità del suo molteplice, cioè per tutta la varietà degli esseri, dei fatti, delle cose di natura, rifluisce poi da quella particolarità e da quella varietà a se stesso, come a sintesi suprema, come storia che si dispiega non può che ritornare in sé per sentirsi e ricostituirsi come una. È l'unità che si moltiplica ed intreccia tutta una trama di reciproci rapporti e tutta poi converge a sé medesima. La sua individualità operante in mezzo alla molteplicità degli esseri non è che l'universalità stessa dell'essere che tutta unita si moltiplica e diviene, infrangendosi nella casualità dei rapporti. Di cui l'identità del pensiero con tutti i suoi pensati, di cui la perfetta chiusa circolarità dell'io che non lascia alcun residuo oltre di esso della sua unità in cui poter immaginare altra realtà che non sia altra storia ancora di se stesso, altra storia di quell'unità.


Gaetano Meglio in La filosofia dell'infinito (1951)

L'universo è uno

L’universo è uno, infinito, inmobile. Una, dico, è la possibilità assoluta, uno l’atto, una la forma o anima, una la materia o corpo, una la cosa, uno lo ente, uno il massimo ed ottimo; il quale non deve posser essere compreso; e però infinibile e interminabile, e per tanto infinito e interminato, e per conseguenza inmobile.


Giordano Bruno in De la causa, principio et uno (1585)

Tutto ciò che ha un inizio ha anche una fine

Se con l'affermazione “tutto ha un inizio e una fine” si nega la possibilità dell’esistenza di un ente assoluto, e pertanto infinito rispetto a qualsiasi dimensione, temporale, spaziale, ecc... , dichiarando invece che ″tutto ciò che ha un inizio ha anche una fine″ si è presa la torta del tutto e se ne ha tagliato una fetta: la specifica fetta che comprende solo ciò che ha un inizio.
Restringere il campo di osservazione solamente a ciò che ha un inizio, sposta dunque il piano di analisi dalla natura della realtà, che è assoluta, alla sua manifestazione, all’interno della quale è invece possibile individuare singoli processi aventi caratteristiche relative. Ciò avviene applicando categorie arbitrarie da noi create (quali, appunto il tempo e lo spazio), e non deve comunque costituire una premessa per affermare l’esistenza di separazione all’interno della manifestazione della realtà stessa.

Essere uno con la vita stessa

Il desiderio, che appartiene a quello che chiami ″il tuo essere limitato″, di identificarti con ciò che non sei, deriva proprio dal tuo più profondo anelito: essere libero e in armonia, non sentirti più separato, essere uno con la vita stessa. Dunque, lasciati andare e perditi in questo desiderio, ed esso ti porterà là dove vuoi andare: all'unione con il tutto. Potrai perdere il contatto con la realtà relativa, ma sarà essa a ritrovare te. 


Jean Klein (filosofo francese maestro di Advaita Vedanta) in The ease of being (1984) trad. E.V.