Non è dato ad una coscienza finita e limitata come quella dell'uomo di andare al di là della pura e semplice predicabilità della coscienza infinita ed assoluta: essa è costretta a riconoscerla come sussistente per motivi logici ma non può naturalmente acquisirne con le proprie forze intellettuali un concetto preciso. Non si parli poi di rappresentazione, dato che quest'ultima si trova nell'orbita della sensibilità. Non si è però autorizzati a pensare che le singole coscienze, alle quali la vita universale si presenta come un'immensa varietà di forme, non abbiano una realtà effettiva. Anche dato e non concesso che esse fossero una specie di sogno dell'assoluto, dovremmo razionalmente pensare che nulla potrebbe essere realtà viva come questo sogno. Riguardare la molteplicità come un inganno, una finzione, un miraggio, senza consistenza alcuna come la riguardano gli idealisti−soggettivisti, significa svalorizzare l'assoluto. Equivale in certo qual modo ad antropomorfizzare quest' ultimo nel senso di pensarlo come una persona umana soggetta a sogni e visioni, nel qual caso la vita sarebbe il sogno dell'assoluto e noi i personaggi, o, per meglio dire, le marionette che agiscono e si muovono entro questa grande cornice onirica.
Intelletto ed emozioni richiedono la dualità
L’intelletto e le emozioni richiedono la dualità del sé e dell'altro, Io e Tu, Dio e l’Uomo, mentre l'intuizione offre la percezione immediata dell'unità di sé ed Essere. L'intelletto e le emozioni hanno tagliato artificialmente l'unità dell’essere in intervalli arbitrari e molteplici, ma l'intuizione da luogo all'apprendimento immediato dell'unità dell'Essere.
Brijen K. Gupta (antropologo e studioso delle religioni) in The Meaning of the Absolute in Sankara and Swedenborg, trad. P.F.
Casa è dove è la verità
Come potete essere sicuri razionalmente che il principio di unità del tutto sia vero? Non potete. Potete raggiungere un livello di soddisfacimento
dell’intelletto tale da percepire una quiete là dove prima vi era una grande
agitazione. Quello già sarà un segnale importante. Ma è opportuno uscire
dall’aspettativa di avere una dimostrazione razionale, logica, della
natura unitaria della realtà. Come possiamo allora essere sicuri che
questa affermazione fondamentale sia vera?
La vera natura della conoscenza secondo Keplero
Conoscere è confrontare ciò che è percepito esternamente con le idee interne e valutare la loro concordanza. Un processo che lo stesso Proclo ha descritto magnificamente con il termine "svegliarsi" come dal sonno. Infatti, come le cose percettibili del mondo esterno ricordano ciò che già abbiamo conosciuto, allo stesso modo le esperienze sensoriali, quando portate alla consapevolezza, richiamano nozioni dell'intelletto che erano già presenti internamente; dunque, ciò che prima era nascosto nel profondo della nostra anima, sotto il velo della potenzialità, ora vi brilla in modo manifesto. Ma come arrivano a noi [le nozioni intellettuali]? Tutte le idee o concetti formali relativi alle armonie [universali] sono già presenti negli esseri dotati di facoltà razionali, ma non sono acquisite attraverso le discussioni, bensì attraverso un istinto naturale, essendo innate in loro così come il numero di petali in un fiore o di semi in un frutto è innato nella forma della pianta.
Joannis Von Kepler (asronomo e matematico tedesco XVI sec.) in Astronomi Opera omnia (ed. Ch. Frisch Franksfurt 1858) trad. E.V.
La ricerca della verità
La via della conoscenza è normalmente considerata quella propria del filosofo, ma la sophìa (da cui discende il termine filosofia) non è semplice conoscenza, che appartiene ai sapienti, bensì include la capacità di ricercare e cogliere il senso delle cose, e, prima ancora, la loro vera natura o essenza.
Il satsang (dal sanscrito sat = verità e sanga = compagnia) che definisce un gruppo di persone che hanno il comune obiettivo del raggiungimento della verità tramite il confronto, lo studio e la meditazione, è considerato nell'Advaita una pratica spirituale a tutti gli effetti. ″In compagnia della verità″ può anche essere interpretato come ″in compagnia del maestro″, come spesso si legge, ma la verità può anche ″germogliare dal basso″ e non deve necessariamente ″calare dall'alto″. I primi filosofi sono partiti proprio dall'osservazione della natura, ossia del micro−cosmo, per indagare le leggi fondamentali dell'esistenza e riportarle, con il pantografo dell'intelletto, sul macro−cosmo. E' un implicito riconoscimento della medesima essenza di tutto ciò che esiste, compreso il filosofo stesso, al di là della diversità della forma.
Il satsang (dal sanscrito sat = verità e sanga = compagnia) che definisce un gruppo di persone che hanno il comune obiettivo del raggiungimento della verità tramite il confronto, lo studio e la meditazione, è considerato nell'Advaita una pratica spirituale a tutti gli effetti. ″In compagnia della verità″ può anche essere interpretato come ″in compagnia del maestro″, come spesso si legge, ma la verità può anche ″germogliare dal basso″ e non deve necessariamente ″calare dall'alto″. I primi filosofi sono partiti proprio dall'osservazione della natura, ossia del micro−cosmo, per indagare le leggi fondamentali dell'esistenza e riportarle, con il pantografo dell'intelletto, sul macro−cosmo. E' un implicito riconoscimento della medesima essenza di tutto ciò che esiste, compreso il filosofo stesso, al di là della diversità della forma.
Nella ricerca della verità, è importante però puntare alla cima della piramide dei livelli di indagine, oltre le leggi della manifestazione, ovvero a quei principi che non sono a loro volta riducibili ad altri principi, e descrivono l'unitarietà della realtà, sia nella sua essenza, sia nella sua manifestazione.
Un principio è realmente universale, infatti, quando include ogni altro principio, ovvero quando, nelle parole di Cusano, definisce ad un tempo se stesso ed ogni altra cosa, come lo è, appunto, affermare che ″la natura della realtà è unitaria″.
Un principio è realmente universale, infatti, quando include ogni altro principio, ovvero quando, nelle parole di Cusano, definisce ad un tempo se stesso ed ogni altra cosa, come lo è, appunto, affermare che ″la natura della realtà è unitaria″.
Realtà e assoluto coincidono
Per Sankara l'esistenza dell'assoluto come unica realtà non comporta la totale negazione delle manifestazioni dell’universo percepite attraverso l’intelletto e i sensi. La realtà manifesta non è interamente negata, anche se è assegnata a uno stato ontologico inferiore –apara vidya-.
Brijen K. Gupta (antropologo e studioso delle religioni) in The Meaning of the Absolute in Sankara and Swedenborg, trad. S. N.
Brijen K. Gupta (antropologo e studioso delle religioni) in The Meaning of the Absolute in Sankara and Swedenborg, trad. S. N.
Il mondo è l'Uno stesso
Per quanto naturale possa essere per l’essere umano concepire il rapporto tra l’Essere-in-sé e il mondo fenomenico dal punto di vista della causalità, e quindi considerare il divino come la causa e l’universo come il suo effetto, tuttavia questo punto di vista è falso. La causalità, che ha la sua radice nell'organizzazione del nostro intelletto, e in nessun altro luogo, è la relazione che lega insieme tutti i fenomeni del mondo fenomenico, ma non si può dire che leghi il mondo fenomenico con ciò che si manifesta per mezzo di esso. Tra l’Essere-in-sé e il mondo fenomenico, non c’è infatti causalità, ma identità: il mondo è l’Essere-in-sé che si manifesta nelle forme colte dal nostro intelletto.
Paul Deussen in System of the Vedanta citato in Brijen K. Gupta, The Meaning of the Absolute in Sankara and Swedenborg, trad. S. N.
Manifestazioni diverse dell'unica realtà
L’universo fenomenologico e l’esperienza empirica appaiono reali grazie alla conoscenza raggiunta attraverso l’intelletto e i sensi, conoscenza che distingue tra conoscitore e conosciuto, io e tu, uomo e Dio.
Dal punto di vista dell’assoluto, sia il divino sia l’universo empirico non sono però reali nel senso più elevato del termine, come non lo sono i sogni e le allucinazioni. Entrambi, infatti, sono manifestazioni diverse dell’Unica Realtà - brahman - e sono prodotti dal fatto che noi identifichiamo noi stessi con i nostri complementi limitanti: l’intelletto, i sensi e le emozioni. Ma queste facoltà non sono l’essenza del Sé (l’Uno - brahman). Come filtri applicati su di un obiettivo, esse infatti colorano la nostra conoscenza e come un prisma scompongono l’Unità, la sola luce pura che costituisce la realtà.
Dal punto di vista dell’assoluto, sia il divino sia l’universo empirico non sono però reali nel senso più elevato del termine, come non lo sono i sogni e le allucinazioni. Entrambi, infatti, sono manifestazioni diverse dell’Unica Realtà - brahman - e sono prodotti dal fatto che noi identifichiamo noi stessi con i nostri complementi limitanti: l’intelletto, i sensi e le emozioni. Ma queste facoltà non sono l’essenza del Sé (l’Uno - brahman). Come filtri applicati su di un obiettivo, esse infatti colorano la nostra conoscenza e come un prisma scompongono l’Unità, la sola luce pura che costituisce la realtà.
Brijen K. Gupta (antropologo e studioso delle religioni) in The Meaning of the Absolute in
Sankara and Swedenborg, trad. S. N.
La soddisfazione dell'intelletto
Nella visione dualistica, per l'intelletto il concetto di non separazione fra gli oggetti risulta facile da comprendere ma difficile da accettare, alla luce della comune esperienza sensoriale della vita, mentre il principio unitario, per cui la realtà è espressione di un unico processo, trova meno resistenze di tipo empirico ma risulta più difficile da concepire.
Nella coscienza di unità, l'intelletto trova invece completa soddisfazione, annullando ogni distanza con l'esperienza.
Nella coscienza di unità, l'intelletto trova invece completa soddisfazione, annullando ogni distanza con l'esperienza.
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