La funzione strumentale della mente


Dal momento che la separazione da Dio è realizzata solo attraverso lo strumento della mente, anche la propria ri-connessione con Dio - la vera e unica redenzione - deve avvenire attraverso l'uso strumentale della mente.


Ralph Waldo Trine (filosofo e autore del New Thought) in The greatest thing ever known (1898) trad. E.V.

Lo stato naturale dell'esistenza

Se l’unità del tutto è lo stato naturale in cui esistiamo, allora ogni nostra convinzione di dualità e separazione è solo un'interpretazione di quanto percepito attraverso i sensi o elaborato dalla mente.

Tutto è espressione di un unico Sé

Come non vi è alcun Sé universale separato dalla realtà, non vi è nemmeno un Sé individuale (io) separato dall'esperienza. Tutto è infatti espressione di un unico Sé e si manifesta in un'unica coscienza.


Sul concetto di separazione

Se fra due punti vi è qualcosa, come possono essere considerati separati?

Se non vi è niente, come possono essere considerati separati?

Fuga dalla sofferenza


″Lo Jainin, colui che è pervenuto alla conoscenza ultima ed ha avuto la visione dell'Atman in se stesso, non avrà più alcuna sofferenza.″ E' questa un'affermazione che si ritrova molto spesso nei testi di Advaita o Jnana Yoga, un principio che segue quasi letteralmente la via indicata dal Buddha per ottenere la ″liberazione″ dalla sofferenza. Dal punto di vista della non−dualità, la sofferenza sta al suo opposto (il piacere?) come il freddo sta al caldo. E' cioè uno stato del tutto relativo e, nella maggior parte dei casi, temporaneo, ovvero impermanente, come ogni altro stato che può sperimentare l'essere umano. 
Porsi l'obiettivo di evitare una (e una sola) condizione relativa, parte da una premessa di totale identificazione con quella specifica condizione, dunque una premessa di separazione e dualità. Verrebbe da suggerire, piuttosto, l'obiettivo della totale alienazione da qualunque stato, sia la sofferenza sia il suo opposto (ricordiamo le parole di Buddha quando afferma: ″Il piacere genera attaccamento, il dolore genera avversione, il piacere e l'avversione rendono l'essere umano schiavo.″).
Tuttavia, nel gioco della dualità, qualunque motivazione, per quanto fittizia, è accettabile al fine di generare ulteriori forme della manifestazione dell'Atman.
Ben venga, dunque, prendersela con la sofferenza, se ciò può servire a creare diversificazione all'interno dell'unico processo chiamato realtà.

Gli effetti dell'attaccamento e dell'avversione

Un famoso detto attribuito a Buddha afferma: ″Il piacere genera attaccamento, il dolore genera avversione, l'attaccamento e l'avversione rendono l'essere umano schiavo″. Sicuramente lo rendono schiavo dell'identificazione con il corpo e con i sensi, ma anche, in un senso più ampio, lo rendono schiavo della sua visione di separazione e dunque di dualità. Infatti, da un lato l'avversione è un modo per creare distanza o separazione (nel tentativo di evitare la sofferenza), dall'altro l'attaccamento implica invece il tentativo di evitare la separazione. In entrambi i casi vi è la presunzione che la separazione sia qualcosa di reale e pertanto gestibile e non ci si riconosce indistintamente in tutto ciò che esiste, identificandosi piuttosto in una singola, specifica entità fra le infinite esistenti che interagiscono fra di loro. Ecco perché, secondo questa impostazione, la ″liberazione″ dalla schiavitù dell'illusione della separazione può avvenire solo se si supera ogni avversione ed ogni attaccamento. Di qualunque tipo.

Un unico processo di manifestazione della realtà

La realtà può essere definita come un insieme unitario di infiniti processi, ciascuno dei quali trova la propria origine nella comune e unica causalità data dalla manifestazione dell'Uno. Questa si realizza secondo le due sole leggi  della moltiplicazione e della differenziazione, al suo interno, senza generare sostanziale separazione.

Tutto ciò che ha un inizio ha anche una fine

Se con l'affermazione “tutto ha un inizio e una fine” si nega la possibilità dell’esistenza di un ente assoluto, e pertanto infinito rispetto a qualsiasi dimensione, temporale, spaziale, ecc... , dichiarando invece che ″tutto ciò che ha un inizio ha anche una fine″ si è presa la torta del tutto e se ne ha tagliato una fetta: la specifica fetta che comprende solo ciò che ha un inizio.
Restringere il campo di osservazione solamente a ciò che ha un inizio, sposta dunque il piano di analisi dalla natura della realtà, che è assoluta, alla sua manifestazione, all’interno della quale è invece possibile individuare singoli processi aventi caratteristiche relative. Ciò avviene applicando categorie arbitrarie da noi create (quali, appunto il tempo e lo spazio), e non deve comunque costituire una premessa per affermare l’esistenza di separazione all’interno della manifestazione della realtà stessa.

L'impermanenza di tutte le forme

Eraclito chiamava Logos la fondamentale unità del tutto, che contiene e trascende ogni coppia di forze fra di loro opposte. La divisione di tale unità è iniziata con la scuola Eleatica, che ha posto un Principio Divino al di sopra di tutte le divinità e gli esseri umani. Tale Principio è stato inizialmente identificato con la sostanziale e impersonale unitarietà dell'universo, per poi diventare un Dio intelligente e personificato che tutto controlla e influenza. Da ciò è nato quel filone di pensiero che ha portato, infine, alla separazione fra spirito e materia e al dualismo caratteristico della filosofia occidentale.
L'idea generale che emerge dall'Induismo, è invece quella di un cosmo organico che cresce in modo ritmico; un universo nel quale tutto è fluido e in costante cambiamento e ogni forma statica è maya, ovvero esiste solo come concetto illusorio. 
Quest'idea dell'impermanenza di tutte le forme è il principio base del Buddhismo.


Fritjof Capra  in The tao of physics (1975) trad. E.V.

Come se l'uno fosse due

Siamo tutti figli della convinzione di separazione. E' su questo presupposto che costruiamo la nostra identità e affrontiamo la vita. Ogni percezione è per noi la ″nostra″ percezione ed ogni esperienza è la ″nostra″ esperienza. Il loro insieme è la ″nostra″ vita. Ognuno ha la sua. La si ″riceve in dono″ e un giorno, prima o poi, la si ″lascia″. Ma chi è questo soggetto che transita attraverso l'esistenza come una cometa che attraversa il cielo, lasciando dietro di sé una coda variamente lunga e luminosa? 
Poiché è difficile per noi identificarlo in qualcosa di estemporaneo come il corpo, qualcosa che nasce e muore, si struttura e si decompone, abbiamo pensato che debba esistere qualcosa di ulteriore, meno condizionato dai cicli dell'esistenza.
Lo abbiamo chiamato spirito, anima, coscienza, sé, ecc... .
Cos'altro avremmo potuto fare? Ammettere le nostra assoluta dissoluzione nel nulla eterno? D'altronde, se da qualche parte proveniamo (e il fatto che siamo qui lo conferma), da qualche parte dovremo pur finire! 
Tutte queste considerazioni nascono proprio dalla difficoltà di riconciliare la forma con l'essenza delle cose (e di noi stessi) e se pensiamo che il corpo sia realmente solo ″un corpo″, ci troviamo ad affrontare tutte le questioni sopra esposte. Ma se proviamo a considerare che questo nostro corpo è solo una delle infinite modalità attraverso le quali si manifesta l'ente unico assoluto, se riconosciamo che non vi sono tanti soggetti diversi quante sono le forme di tale manifestazione, e che le realtà è un unico processo senza soluzione di continuità, allora la narrazione dell'esistenza è contenuta e raccolta in un unico libro, con un unico titolo. E' la storia di un unico soggetto e della ″sua″ vita. Di come si è manifestato in infiniti modi, alcuni dei quali gli hanno persino permesso di fare l'esperienza di se stesso come se fosse qualcuno di diverso, di altro, di separato. Come se l'uno fosse due. 



Tu sei tutto il meglio di me stesso

Come posso cantare equamente i tuoi meriti
se tu sei tutto il meglio di me stesso?
A cosa può servirmi la lode di me stesso?
E se lodo te, cos'altro è se non l'elogio mio?
Lasciamo dunque le nostre vite separate
e lasciamo che il nostro amore perda la sua unità,
affinché con questa separazione io possa dare
quanto a te dovuto e che tu solo meriti.
Oh, che tormento sarebbe la tua assenza,
se non fosse che mi mostra come portare 
I miei pensieri verso l’amore,
e questi pensieri che ingannano sia il tempo che i miei pensieri tristi,
mi insegnano anche come far tornare noi due nuovamente uno,
Lodando qui chi nei fatti non c’è.

Quando l'Artista riconosce che egli stesso, la sua creazione e la sua stessa motivazione a creare sono uno e sono uno persino con gli spettatori, tanto da ritenere futile il creare stesso ("A cosa può servirmi la lode di me stesso? E se lodo te, cos'altro è se non l'elogio mio?") egli si libera dai condizionamenti (l'idea di spazio, di "lontano" e di "vicino") in un singolo istante di dolorosa assenza (della mente individuale) che però lascia spazio alla consapevolezza di essere Solo e di compiere dunque l'unico gesto possibile: farsi due, guardarsi e amarsi interamente.


William Shakespeare, Sonetto n. 39 (1593) traduzione e commento di Patrizia Ferrante

Maya: illusione o realtà?

Secondo Yogananda, Maya è un termine sanscrito che ″significa letteralmente il misuratore, ed è la magica forza della creazione grazie alla quale le limitazioni e le divisioni sono apparentemente presenti nell'Immensurabile e Indivisibile″. (Paramahansa Yogananda in Autobiography of a Yogi, trad. E.V.)
Questa definizione che ci offre il grande maestro indiano, deve in qualche modo essere riconciliata con quella più comune e diffusa per cui Maya significa ″illusione″, definizione con la quale può sembrare in disaccordo.
Già abbiamo visto in altri post come proprio misurare, ovvero definire limiti e divisioni, nelle parole di Yogananada, è uno dei modi per distinguere (discriminare) forme diverse all'interno della manifestazione dell'Uno. L'illusione che ne deriva non riguarda soltanto l'esistenza di tali forme di per sé, ma anche il loro essere separate, proprio in virtù della loro misurabilità. 

In sintesi: applicare criteri e parametri di misurazione è la modalità attraverso la quale può essere colta la manifestazione dell'Uno, quando esso si moltiplica e diversifica al proprio interno, senza che tale processo crei alcuna sostanziale separazione.
D'altronde anche Einstein affermava che il tempo e lo spazio (i primi parametri di misurazione che normalmente applichiamo alla realtà) ″non sono una condizione in cui viviamo, ma solo un modo in cui pensiamo e interpretiamo la realtà″. 

Tutto è per sempre uno


Nella mia mente, dietro tutti i miei folli pensieri di separazione e di attacco, c'è la conoscenza che tutto è per sempre uno. Non ho però perso la conoscenza di chi sono per il solo fatto di averla dimenticata. È stata conservata per me nella Mente di Dio, che non ha lasciato i suoi Pensieri. E io, che sono fra essi, sono uno con essi ed uno con Lui.


Da Un Corso in Miracoli (A Course in Miracles, Helen Schucman e William Thetford, 1976) proposto da Patrizia Ferrante

Nulla esisteva separatamente


Nulla esisteva separatamente. Io sentivo che l’esistenza separata di qualcosa -incluso me stesso- era una finzione, qualcosa di inesistente, impossibile. La sensazione dell'assenza di separazione e la sensazione di connessione e unità era un tutt’uno con la parte emotiva delle mie concezioni. All’inizio questa sensazione di unità è stata avvertita come qualcosa di terrificante, oppressiva e senza speranza; ma in seguito, senza cambiare la sua natura, cominciò ad essere sentita come la più gioiosa e raggiante sensazione che possa esistere.


Piotr Demianovich Ouspenski (matematico ed esoterista allievo di Gurdjieff) in A new model of the universe (1934) trad. P.F.

Differenziazione non è separazione

Abbiamo confuso il nome delle cose con la loro natura, arrivando a credere che, avendo nomi diversi, gli enti siano separati, ma DIFFERENZIAZIONE (attraverso il nome) NON E’ SEPARAZIONE.



Alan Watts (filosofo e scrittore) in The book of the taboo against knowing who you are (1966) trad. E.V. foto da alanwattsdaily Twitter.com

L'infinita ricchezza della manifestazione

La realtà è un processo sistemico che si manifesta attraverso la frammentazione (moltiplicazione) al proprio interno.  Ciò non crea però separazione né interna fra le sue parti, né verso l'esterno, generando qualcosa altro dal sistema stesso. Successiva alla frammentazione, l'altra caratteristica di questo processo è la diversificazione, che moltiplica all'infinito le forme e le relazioni possibili fra le parti del sistema. Tutto ciò genera l'infinita varietà che costituisce la ricchezza dell'universo di cui facciamo parte.

La consapevolezza di unità del tutto

Nel percorso di costruzione della consapevolezza di unità del tutto, è utile partire proprio dai condizionamenti che rendono così difficile riconoscere la realtà della comune e unica essenza di tutte le cose, compresi gli esseri viventi. 
La difficoltà non deriva tanto dalle nostre facoltà percettive, come si potrebbe pensare, ma dalla interpretazione che diamo di ciò che ci rimandano della realtà. Le convinzioni maturate e consolidate nel corso dei millenni, a livello collettivo e individuale, fungono infatti da filtro di lettura della realtà in chiave dualistica e sono rafforzate dalla nostra mente ad ogni esperienza.


C’era soltanto unità con il tutto


La presenza costante, che chiamiamo il Sé, era priva di ripetizione, di memoria, di giudizio, di paragone e valutazione. Il centro del mio essere è stato spontaneamente fatto fluire fuori dal tempo e dallo spazio dentro una calma senza tempo. In questo non-stato dell’essere, la separazione tra “te” e “me” era scomparsa completamente. Nulla sembrava più “esterno a me”. Tutte le cose erano in me ma io non ero più in loro. C’era soltanto unità con il tutto.


Jean Klein (filosofo francese maestro di Advaita Vedanta) in The ease of being (1984) Trad. P.F.

La soddisfazione dell'intelletto

Nella visione dualistica, per l'intelletto il concetto di non separazione fra gli oggetti risulta facile da comprendere ma difficile da accettare, alla luce della comune esperienza sensoriale della vita, mentre il principio unitario, per cui la realtà è espressione di un unico processo, trova meno resistenze di tipo empirico ma risulta più difficile da concepire.
Nella coscienza di unità, l'intelletto trova invece completa soddisfazione, annullando ogni distanza con l'esperienza.

L'esperienza del tutto

Perché ″il tutto″ non può essere considerato oggetto dell'esperienza? Perché se fosse un oggetto ci dovrebbe essere un ulteriore soggetto che ne fa l'esperienza. Solo il Sé universale può fare l'esperienza di se stesso (cioè del tutto), essendo soggetto ed oggetto ad un tempo. E' però consigliabile superare anche le nozioni di soggetto ed oggetto, e considerare la manifestazione del Sé universale come un unico processo unitario. Un processo, cioè, che si realizza senza soluzione di continuità in infinite modalità e senza generare separazione al proprio interno. Possiamo arbitrariamente giocare a individuare sotto−processi, definendo le modalità con cui essi avvengono e le relazioni che li legano reciprocamente, ma, quietandosi il caotico movimento dell'esistenza, ciò che resta infine è sempre e solo il Sé universale.